STORIE – IMMAGINI E RICORDI DAL NICARAGUA

Dinamica, e piena di energia, Chiara Scaraggi ha studiato Sviluppo e Cooperazione Internazionale a Bologna conseguendo borse di studio in Francia e Cile. Nel 2007, dopo aver vinto il concorso del Ministero Affari Esteri per neo- laureati si è recata a Managua, in Nicaragua, presso l’Ambasciata d’Italia, dove ha lavorato con il dipartimento della Cooperazione Italiana. In seguito, a tirocinio ultimato, ha lavorato con una ONG nicaraguense che operava soprattutto per progetti rivolti ai giovani, ai bambini e alle donne. Oggi, di ritorno a Bitonto, ci racconta la sua esperienza in Centro America.

254901568.jpgCome definiresti il Nicaragua?
Il Nicaragua è un piccolo Paese tropicale che con gli altri del Centro America costituisce un mosaico denso di molte somiglianze, ma anche marcato da importanti differenze.
È un Paese che ha attraversato una condizione storica, valida per buona parte del Novecento, che ne ha temprato profondamente il tessuto sociale ed economico: spazio di interessi commerciali significativi, è stato colonizzato da poche ma grandi imprese statunitensi orientate all’agro-esportazione, che hanno reso questo Paese schiavo dell’esportazione di materie prime (caffè, banane, cacao in primo luogo) e soprattutto dell’importazione di altri beni di valore aggregato.
Rispetto agli altri Paesi, che ne hanno condiviso la stessa sorte, il Nicaragua è però stato segnato, per antinomia, dalla dittatura familiare dei Somoza e dalla rivoluzione guidata da un movimento di guerriglieri organizzatisi in clandestinità, il Frente Sandinista de Liberacion Nacional. In seguito, i sandinisti hanno instaurato un governo rivoluzionario (fortemente influenzato anche dalla teologia della liberazione) che ha realizzato programmi sociali, la riforma agraria, lo sradicamento dell’analfabetismo e un primo sistema sanitario, il primo ministero della cultura e dell’ambiente. Ma, purtroppo queste si sono rivelate false speranze perché in quegli anni il presidente repubblicano degli USA Ronald Reagan, pur di non trasformare il Nicaragua in una seconda Cuba, decise di investire tutte le sue forze per far cadere il governo rivoluzionario. Da questo momento in poi le pattuglie dei Contras, un vero e proprio esercito di paramilitari pagato dagli Stati Uniti, destabilizzarono tutto il nord del Paese e seminarono il terrore tra la popolazione civile. Le vittime furono quasi 38.000. Come definire quindi il Nicaragua se non un piccolo Davide del Novecento che combatte per la sua autodeterminazione contro i grandi Golia degli interessi economici e delle logiche politiche transnazionali?

Qual è la situazione politica ed economica del Paese?
Dopo 15 anni di governi neoliberisti, il partito sandinista nel 2006 ha riereditato un Paese che naviga in acque davvero difficili. La povertà è aumentata durante tutto il corso degli anni Novanta. Studi recenti indicano che, mantenendo i livelli di crescita attuali, il Nicaragua avrebbe bisogno di più di 80 anni per raggiungere i livelli socio economici odierni del suo vicino Costa Rica. Il PIL globale (2,2 migliaia di milioni usd) e pro capite (usd 453) del Nicaragua si trova infatti al livello più basso di tutto il continente americano, superato in questo triste primato, solo da Haiti. Il deficit commerciale del paese è andato progressivamente peggiorando negli ultimi anni. La forte crescita delle importazioni, dovute alla accelerata apertura commerciale, non è stata riequilibrata da un aumento proporzionale delle esportazioni.
Il tasso di analfabetismo del paese è molto alto e supera, nelle popolazione adulta, il 20 % a livello medio nazionale, con punte di oltre il 40% nelle zone rurali.
Inoltre, l’alto livello di crescita demografica (attualmente, infatti, la popolazione aumenta a un ritmo del 1.855% di incremento annuale) spinge un gran numero di giovani verso il mondo del lavoro, ma la difficile situazione economica del paese costituisce una barriera che limita in maniera marcata l’accesso a un impiego degnamente retribuito.
Questa situazione incrementa enormemente la necessità di assorbimento di forza lavoro verso attività subalterne, marginali e di sotto occupazione, praticamente le uniche esistenti.
A parte la situazione drammatica della disoccupazione, esiste il problema della sotto occupazione: persone che guadagnano meno di quanto sia considerato il livello di ingresso economico minimo, 2 dollari al giorno, necessario per soddisfare i bisogni di base.

Come mai hai scelto proprio il Nicaragua?
Ho scelto il Nicaragua perché ho conosciuto la sua storia tanti anni fa attraverso il lavoro della mia famiglia per l’organizzazione non governativa Progetto Continenti, che qui a Bitonto ha un gruppo locale di solidarietà e appoggio.
Attraverso i piccoli progetti di solidarietà che tale associazione promuoveva, mi sono interessata sempre più alle dinamiche della cooperazione internazionale, abbracciando questo tipo di studi, organizzati dalla facoltà di Scienze Politiche di Bologna, dove mi sono laureata. Così appena dopo la laurea ho avuto la possibilità di candidarmi ad un programma di stage offerto dal Ministero degli Affari Esteri italiano presso le sedi periferiche nel mondo (ambasciate, consolati, unità tecniche locali della cooperazione internazionale) e non ho esitato a propormi per il Nicaragua,dove, dopo aver vinto il bando, sono arrivata il settembre scorso.

Cosa ti ha colpito maggiormente del Paese?
Cosa continua a colpirmi…
La forza della gente la grande capacità di reagire alla povertà. la semplicità e la freschezza con cui i nicaraguensi affrontano la vita e la morte.
L’ imponenza della natura del tropico.
E soprattutto la storia del Nicaragua, la storia di un pequeño ejercito loco, il popolo sandinista, che ha sconfitto una delle dittature piú feroci della storia contemporanea, e che ha promosso diritti essenziali e ha innescato tante speranze di liberazione dalla povertà anche fuori dal territorio nazionale e dall’America Latina.

Hai incontrato difficoltà ad integrarti con la popolazione locale?
Assolutamente no perché la popolazione nicaraguense è molto ospitale ed è abituata a queste presenze internazionali. I nicaraguesi sono molto aperti soprattutto con chi arriva per esprimere solidarietà con la loro popolazione.
Io inizialmente, lavorando in ambasciata italiana sono stata a contatto con molti connazionali, però nella mia sistemazione sono stata accolta da una famiglia intera di nicaraguesi, dimostratasi davvero “meridionale” in usi e spirito di gruppo! Organizzavano feste per noi e per gli altri stranieri che vivevano in questa casa e sapevano condividere con noi esperienze, viaggi, racconti di altri tempi.

Chiara Colamorea
STORIE – IMMAGINI E RICORDI DAL NICARAGUAultima modifica: 2008-09-05T08:39:00+02:00da bfreezones
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