IL RAPIMENTO DI ALDO MORO E IL MASSACRO DELLA SUA SCORTA.: LA REAZIONE DELLA CITTÀ DI BITONTO

6b2595406139b1f11d169dcbc9f88bc6.jpgIl rapimento di Moro

Sono trascorsi 30 anni da quel fatidico 16 Marzo in cui fu rapito Aldo Moro (leggi la breve biografia, clicca qui) e massacrata la sua scorta.
Erano le 9.04 quando l’operazione criminosa veniva compiuta dalle Brigate Rosse.
Un momento dopo venivano mobilitate le questure mentre la notizia faceva subito il giro degli organi di stampa e di radiotelediffusione.
Ero a scuola quel giorno e svolgevo la lezione di Filosofia in una 5^ classe del Liceo Scientifico di Bitonto.
Rimasi attonito quando venni a conoscere la notizia. La comunicai anche agli studenti che rimasero anch’essi senza parola
Che fare? Scendiamo in piazza per protestare? Fu la risposta immediata. Era, invece, il momento di mantenere la calma e di non creare ulteriori turbamenti. D’altra parte occorreva attender notizie più precise.
Non fu, comunque, possibile continuare a fare lezione. Il discorso scivolò sulla lotta armata condotta dalle Brigate Rosse, sugli assassini di  magistrati, sindacalisti, carabinieri, agenti di pubblica sicurezza.
Si parlò della destabilizzazione dello Stato Democratico e del pericolo che correva la Democrazia.
Intanto le notizie si addensavano e si facevano sempre più precise mentre la giornata scolastica si consumava nella emozione collettiva e nello sgomento per la freddezza con cui erano stati trucidati i cinque agenti e per la determinazione con cui era stata seguita l’operazione del rapimento dell’on. Moro. Ci si mobilità tutti per gli appuntamenti pubblici nel pomeriggio.
Alle 13,35 le Brigate Rosse diramavano il “comunicato n.1” in cui confermavano che Moro era rinchiuso nella “Prigione del Popolo” e che lo accusavano di essere stato “il padrino politico e l’esecutore più fedele delle direttive impartite dalle centrali imperialiste” e che, con il rapimento e il processo, le BR intendevano “mobilitare la più vasta e unitaria iniziativa armata per l’ulteriore crescita della guerra di classe per il comunismo”.

La reazione della città

7d2d567a715d127edb7643ecdbd4d809.jpgIntanto nel primo pomeriggio a Bitonto si mobilitarono tutti i gruppi politici mentre nella sede della Democrazia Cristiana ci riunimmo in seduta permanente.
Il primo atto pubblico fu la elaborazione e la diffusione del seguente manifesto di condanna. Seguirono documenti di altri partiti. Questo, ad esempio, il testo di un manifesto della direzione della unità di base di Bitonto del Partito Comunista Italiano
“L’obiettivo immediato dei gruppi e delle forze che hanno organizzato e attuato il colpo è quello di impedire che lo sforzo solidale oggi necessario per salvaguardare e rinnovare il paese e che ha trovato espressione nella formazione di una nuova maggioranza parlamentare di unità democratica.
La congiura è di ampie dimensioni, si sviluppa con metodi nazifascismi e trova i suoi esecutori in raggruppamenti mascherati sotto vari nomi.
L’unità delle masse lavoratrici e popolari, di tutte le forze democratiche, sconfiggerà i piani della reazione interna e internazionale.
Tutti i comunisti, tutte le organizzazione comuniste siano in prima linea come sempre nella mobilitazione e nella vigilanza unitaria per isolare gli eversori di ogni tipo, per individuare e assicurare alla giustizia attentatori e terroristi e per difendere e rafforzare la Repubblica.”

Il Partito Comunista Unificato d’Italia (P.C.U.D.I.), Sez. di Bitonto, nel suo documento dopo aver sottolineato che “l’azione contro l’on. Moro era stata condotta con determinazione in un momento critico della situazione italiana”, metteva in guardia dal considerare il rapimento come occasione per “far passare il governo Andreotti-Berlinguer senza dibattito e in modo indolore” e faceva appello alle masse popolari, alla classe operaia perché si mobilitassero contro ogni strumentalizzazione che mirasse a manovre di potere e ad attuare un colpo di stato strisciante attraverso il governo di emergenza”.

La condanna del Consiglio Comunale

Intanto il Sindaco di Bitonto, Saverio Granieri, convocava d’urgenza il Consiglio Comunale per le 18,30 dello stesso 16 Marzo per “condannare il grave atto criminoso contro istituzioni democratiche rapimento on.le Moro” .
Anch’io fui presente al Consiglio Comunale come consigliere del gruppo della Democrazia Cristiana.
Il consiglio si svolse in una atmosfera commossa, ma vibrante di attaccamento ai valori della democrazia.
Da tutti i gruppi politici furono espresse condanne e furono dichiarati propositi di mobitilitazione per la difesa dell’Istituto democratico e inviti al governo a non cedere agli attacchi armati del terrorismo.
Si parlò di grave attentato alle istituzioni e si vide nel rapimento di Moro un attacco all’uomo-simbolo di un modo nuovo di concepire la politica; a quell’uomo che aveva avviato una “nuova fase” per la Democrazia Italiana, in cui venivano chiamati a confrontarsi in un “contesto programmatico” partiti di ispirazione popolare come la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista e il Partito Comunista.
Non a caso il rapimento dell’on. Moro era stato compiuto proprio in una data in cui si insediava un governo che rappresentava il 90% del popolo italiano; un governo a larga partecipazione popolare in cui i democratici di varie culture, la cattolica, la socialista, la comunista si stringevano per la prima volta in un “patto di solidarietà nazionale” che avrebbe avuto come primo obiettivo quello di assicurare stabilità alle istituzioni attraverso l’isolamento della violenza e l’impostazione di una politica di ampio respiro politico-programmatico a base popolare.
In particolare dei banchi della Democrazia Cristiana, allora forza di minoranza, veniva la proposta di dar vita anche a Bitonto a un “governo di larghe convergenze politiche e programmatiche” in analogia all’esperienza romana.
Infine veniva deciso di inviare le condoglianze all’intero consiglio comunale della Città di Bitonto alle famiglie degli agenti caduti e un ordine del giorno al Presidente del Consiglio e al Segretario della D.C. in cui si esprimeva solidarietà per l’on. A. Moro, unitamente al rinnovato proposito di difendere la Democrazia con tutti  i mezzi riconosciuti adeguati alla gravità della situazione.

Dopo il 16 Marzo

Dopo il 16 Marzo continuò la forte tensione con i ripetuti comunicati delle Brigate Rosse e con un dibattito che divise l’Italia in due partiti: il “partito della fermezza”, per cui non bisognava trattare con i terroristi e il “partito della trattativa” per il quale bisognava venire a patti.
Vinse il partito della fermezza nonostante i vari tentativi, anche da parte di democristiani bitontini, di essere disponibili al dialogo per vedere fino a che punto si potesse arrivare a trattare senza eccessivi cedimenti da parte dello Stato.
Quando le B.R. si accorsero di essere giunti ad un punto di non ritorno eseguirono la condanna a morte. Il 9 Maggio del 1978 assassinarono Moro e lo trasportavano in una Renault color amaranto in Via Castani, a metà strada tra Piazza del Gesù, sede della DC e via delle Botteghe oscure, sede del PCI.
Nel loro immaginario, quello doveva essere un segnale forte contro una visione nuova della politica che avrebbe avviato la terza fase della democrazia italiana.
La morte di Moro avrebbe dovuto fermare quel processo.
Ma la storia non ha dato loro ragione perché è ormai in atto in Italia la terza fase della Democrazia compiuta.

Michele Giorgio
IL RAPIMENTO DI ALDO MORO E IL MASSACRO DELLA SUA SCORTA.: LA REAZIONE DELLA CITTÀ DI BITONTOultima modifica: 2008-03-16T09:50:00+01:00da bfreezones
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