QUELLA MAFIA DI CUI ABBIAM PIENE LE TASCHE

fcf97a38b540787b94e8044b7b28f801.jpg“La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà”
Classico, direi d’obbligo, iniziare una riflessione sulla questione della mafia, magari alla vigilia della XIII Giornata Nazionale per la memoria e l’impegno in ricordo delle vittime, con una densa citazione di un “testimonial”, magari morto ammazzato, meglio ancora se di nome Paolo Borsellino.
Una finezza di retorica civile. Un gorgheggio giornalistico a metà strada fra il rutto politico e lo slogan pubblicitario. Tacita e appaga le nostre coscienze, fragili e indicibilmente sensibili al sangue sparso dalla criminalità organizzata.
Lo dicono pure le statistiche: leggere, ascoltare, discutere di mafia ci piace terribilmente. Va di moda. Gli slogan, le marce, gli striscioni, le piazze; è la nostra “cultura dell’antimafia”, la nostra reazione legalitaria, il nostro attivismo civile. Ci sguazziamo dentro e ne facciamo una cosmesi per i nostri spiriti, beffardi e spregiudicati. Con gli aromi delle epifanie democratiche cerchiamo di coprire l’olezzo appestante delle nostre eclissi morali.
Non ci passa mai per la testa che la mafia è un balsamo quantomai pericoloso. Ci unge e ci inebria, addomestica e irretisce. E strepitiamo contro i provenzano della tv, ma non ci accorgiamo delle latitanze delle nostre coscienze.
Perché la mafia, si sa, è quella che spara, quella che minaccia, quella che violenta il senso comune e lacera la serenità inerte della società civile.
Dimora nelle masserie del corleonese, la mafia. Non certo nei cumuli di immondizia con cui infestiamo i tratturi di campagna, né nelle segrete stanze della spartizione del potere “legale”, né sui pannelli di affissione occupati abusivamente, né nelle cooperative e nelle imprese che assumono a nero i loro giovani galoppini.
Ospite inquietante, seduttore malizioso, il pensiero mafioso ci tenta e non ci indigna, ci ammalia ma non ci scandalizza. Lo tolleriamo, spesso lo ospitiamo nella penombra del nostro perbenismo, là dove la responsabilità declina all’affarismo delle coscienze, là dove la speranza si infesta di veggenza, là dove la demagogia dei forti incrocia la psicagogia dei furbi, là dove l’etica pubblica diviene velleità personale degli stolti. Là dove ci sono le Mafie. Che brandiscono la giustizia del compromesso e galoppano le deleghe della nostra irresponsabilità. Negli uffici di lavoro o all’angolo del corso, dal panettiere piuttosto che nel salotto di casa.
Là, nottetempo, secchiello di colla e pennello, siamo pronti a coprire con la saccenza ed il sensazionalismo dei nostri manifesti quegli spazi di libertà che ci interrogano e ci sfidano.

Che siano presupposti, auguri, “scomodi” (don Tonino mi perdonerà) quelli che ci accompagnano alla ribalta della testimonianza. Pungenti, fastidiosi, schiaffeggino a rovescio e mettano alla prova l’arroganza di chi, come il sottoscritto in questo momento, pianta in terra il suo vessillo.
Ci educhino a ritrovare la giustizia, la verità, la pace dentro di noi,e non fuori. Ad opporre la freschezza della libertà, per dirla con Borsellino, al “puzzo dell’indifferenza”, che ci lascia languire nel silenzio.
Riscopriremo tutto intorno i veri segni della passione, dell’impegno, della forza profetica che guida chi crede nell’importanza dell’umile contributo di ciascuno nell’edificazione della collettività.
Allora, forse, avrà un senso quella manifestazione, quella testimonianza, quel sogno che, alle tre di notte, chino su un notebook che implora pietà, ti spinge a colorare, tasto dopo tasto, una parte del tuo personale tassello nel mosaico di questa straordinaria vita.

Sabino Paparella


P.S.
Verba volant. Non commenti ma opere di meditazione. E di autocensura.

QUELLA MAFIA DI CUI ABBIAM PIENE LE TASCHEultima modifica: 2008-03-14T09:05:00+01:00da bfreezones
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5 pensieri su “QUELLA MAFIA DI CUI ABBIAM PIENE LE TASCHE

  1. Se mi autocensurassi, e quindi non ti dicessi “bravo”, non sarei me stesso. So che sei uno studente liceale.
    Bene, chiedi ai tuoi docenti di leggere le tue riflessioni in classe, magari, perchè no, in tutte le classi.
    Servirà, vedrai.
    Siccome non è facile mantenere, oggigiorno, la schiena dritta, ti auguro di provare a rispettare sempre, nella tua vita, questi tuoi buoni propositi.
    Lo faccio solo per quei -pochi- anni in più che ho rispetto a te.
    Ogni bene, Sabino.

  2. Gentilissimo.
    Fermo nei propositi enunciati nel post, accolgo benvolentieri e ti restituisco l’augurio di esservi fedele, di porre sempre il rispetto per la dignità propria e altrui come inderogabile dovere di vita.
    In questi casi, credo, qualche anno di differenza non conta. Conta lo spirito con cui quotidianamente ci si propone di costruire il futuro, proprio e della propria comunità. Conta essere disponibili, a venti come a trenta anni, a rifiutare il compromesso morale.
    Tenere la schiena dritta non è facile, hai ragione; è INDISPENSABILE per chi si riconosce in quanto sopra detto.

    Frangitur non flectitur.

    Grazie ancora.

  3. A volte è così difficile credere a quello in cui si crede…a volte è utopoico il solo pensarci. Ottimo l’articolo…ma a volte ho paura che siano parole dettate dall’ingenuità dei nostri circa vent’anni.
    Io ci credo ancora nell’intima bontà dell’uomo…io spero che un giorno il Bene possa sconfiggere definitivamente il Male…che il mondo possa cambiare….ma è così difficile oggi crederci…è così arduo. Un abbraccio e complimenti davvero!!!!

  4. Carissimo, certo che la questione anagrafica non conta. Ho voluto fare riferimento all’età solo perchè il mio tono poteva rischiare di apparire quasi paternalistico nei tuoi confronti. E invece voleva essere amichevole e sinceramente compiaciuto per le tue parole. Tutto qui.
    Ciao e buon lavoro.

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