VANITAS VANTATUM… CARLO RIVOLTA APRE FILOSOFANDO 2007

e7c39c0c82ba99baaec0cc9fb2bc8dc8.jpgTutto esaurito e applausi a scena aperta giovedì scorso al Traetta per il debutto scenico di Filosofando 2007, 2^ Rassegna Nazionale di Filosofia scenica.
L’iniziativa culturale, allestita per il secondo anno successivo da Il Teatro degli Adriani e patrocinata dal Comune di Bitonto – Assessorato alla Cultura e dalla Regione Puglia – Assessorato al Mediterraneo, vede il teatro comunale al centro di una intensa programmazione scenica e culturale, bipartita quest’anno nella duplice veste degli “Spettacoli” e dei “Dialoghi dell’imparare”, incontri e lezioni ad essi propedeutici nelle tematiche e nelle letture interpretative.

Primo dei soggetti in cartellone,“Qohèlet”, enigmatico libro dell’Antico Testamento, che ha visto Martedì 23 la Presentazione dell’Arcivescovo Metropolita di Bari-Bitonto, S. Ecc. Mons. Francesco Cacucci e Giovedì 25 l’apprezzatissima versione scenica di Nuvola De Capua e Carlo Rivolta, diretta ed interpretata da quest’ultimo.
Accattivante e provocatorio come sempre, ha offerto alla platea bitontina una lettura quantomai moderna ed attuale del messaggio esistenziale di questo oscuro profeta di Israele, la cui identità è stata con molti dubbi riconosciuta nel Sapiente per antonomasia, Re Salomone (Qohèlet – o, nella dizione greca Ecclesiaste– è infatti unicamente un epiteto che significa “Uomo dell’assemblea”).
Il celebre grido di denuncia con cui egli apre i circa 230 versetti del suo libro – “Vanità delle vanità, tutto è vanità…” – e comunemente ascritto alla più aspra delle posizioni nichilistiche, sul palco di Rivolta prende le forme più originali: un elegante frac presto dismesso, un fiammifero  che si spegne, una corona che vola via, delle bolle di sapone che svaniscono al vento…
Cosa ci guadagna l’uomo dalla sua fatica sotto il sole?
L’interrogativo dell’antico filosofo mette in crisi le ambizioni dell’uomo moderno, quell’uomo che l’attore e regista, aiutato da una scenografia ad hoc, ha rappresentato angosciato e solitario sul ciglio di una strada di nero asfalto, schiacciato sotto il peso di un grande sole scintillante di luci, e inesorabilmente destinato a quell’unico tombino (mai nome fu più appropriato) cui tutti, indipendentemente da meriti e virtù, sono destinati, l’ineluttabile morte.
Sapienti e stolti, potenti e subalterni, ricchi e poveri, gaudenti e depressi, politici e cittadini: tutti accomunati dall’amaro gioco della sorte, tutti inesorabilmente confinati a quel tombino che ha calamitato l’attenzione dell’intero teatro, rapito dalla voce versatile e suadente di un maestro del palcoscenico, che parla di tutti noi, delle nostre più incresciose domande, con burattini, palloncini, umili costumi di scena; con la semplicità e l’amore per la verità di un bambino.
Piange. E ride. E persino canta il piacere fuggevole che all’uomo resta, con gli intermezzi musicali, ironici e malinconici, suonati in diretta da un complesso composto da pianoforte (Marco Marasco), violini (1°: Fabio Pirola, 2°: Fabrizio Dall’Asta), contrabbasso (Stefano Nosari), violoncello (Ubaldo Chirizzi) e batteria (Roberto Ricci).
Morale finale, dacchè tutto su questa terra è pura frivolezza e vacuità dinanzi alla prospettiva dell’eterno; dato che nulla – nemmeno la sapienza – può giovare all’uomo e consentirgli di lasciare qualcosa dopo il pesante sipario della morte; proprio per questo, perché la vita è un soffio, a ciascuno di noi è dato il compito di tentare, di provare a trarne quel po’ di giovamento che Dio vorrà concedercene, senza tentennamenti, senza rinunce, senza riserve, con il desiderio ardente di godere di questa vita finché c’è.
Una lettura ardita e originale rispetto a quanti in Qohélet vedono unicamente un nero pessimista. Sarebbe meglio dire uno “scettico”, come lo ha definito Martedì Mons. Cacucci, ricordando come il profeta fosse anzitutto un figlio del suo tempo, un ebreo che ha vissuto nell’Ellenismo (III sec. a.C.) il ritorno alla servitù d’Egitto, un filosofo che eredita il pensiero esistenzialista della tradizione poetica greca (dall’edonismo degli elegiaci come Mimnermo al pàtei màthos – “sapere è soffrire”- di Simonide), e tuttavia anche un uomo di Dio, che non getta tutto nel Carpe diem, ma -secondo il giudizio che ne espresse S Agostino- “invita l’uomo a disprezzare ciò che è sotto il sole, ma a contemplare chi quel sole fa brillare”.

Sabino Paparella
News pubblicata il 29 ottobre 2007; ore 00.25

la foto è tratta dal sito ufficiale dell’attore e si riferisce ad una rappresentazione dello spettacolo Qohèlet 

VANITAS VANTATUM… CARLO RIVOLTA APRE FILOSOFANDO 2007ultima modifica: 2007-10-26T00:35:00+02:00da bfreezones
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