03/10/2008

DOMENICO ELIA, UN BITONTINO NELLO STAFF DELLA ‘PARTICELLA DI DIO’

Esclusiva intervista al ricercatore del CERN di Ginevra. Elia: “I timori dell’opinione pubblica nei confronti di questo esperimento sono infondati”

271160513.JPGIl Dott. Domenico Elia, 40 anni, sposato, due splendidi bambini, è uno dei ricercatori italiani impegnati presso il CERN di Ginevra negli esperimenti che puntano all’isolamento della famigerata “particella di dio”. È un bitontino “D.O.C.” e questo basterebbe a rendere orgogliosi gli abitanti della terra che gli ha dato i natali. Ha studiato a Bitonto, era uno dei tanti liceali che si sarebbero potuti incontrare per strada con lo zaino in spalla e la testa persa in chissà quale astruso progetto. Ha avuto però  la fortuna di lasciarsi coinvolgere dal fermento generato dall’assegnazione del premio Nobel per la fisica a Carlo Rubbia nel 1984, evento per il quale ha deciso di iniziare il corso di studi accademico in fisica nucleare terminato nel 1991 che l’ha condotto, dopo quasi un decennio passato a girovagare nel precariato, ad essere inquadrato nel 2000 presso l’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare).L’INFN è l’ente nazionale di ricerca sulla fisica sub-nucleare e nucleare che ha la responsabilità del progetto Alice, una delle quattro sottosezioni  (le altre tre sono Atlas, CMS, LhcB) in cui si divide l’esperimento “madre” che è quello dell’ LHC (Large Hadron Collider), ultimamente salito agli onori della cronaca proprio a causa del suo ormai imminente start-up. Per il momento è iniziato il collaudo dell’LHC che ha dato la possibilità di far compiere un giro completo ad alcune particelle all’interno di questo enorme anello lungo 27 km senza che però avvenissero le tanto temute, da parte dell’opinione pubblica, collisioni fra particelle. Quello che il progetto prevede infatti è di far collidere a velocità praticamente pari a quelle della luce un numero enorme di protoni, e in seguito atomi di piombo, in modo da poter ottenere da queste collisioni l’isolamento, innanzitutto del Bosone di Higgs, che è quello che dopo il Big-Bang “assegnava” la massa alla materia e poi una serie di altre particelle, alcune si spera anche ignote, che erano presenti negli attimi invece immediatamente precedenti al Big-Bang.

Entro quanto tempo contate di poter iniziare gli esperimenti di collisione fra protoni?
Le prime collisioni sarebbero in realtà già dovute iniziare a novembre ma, come è ormai noto, a causa di un guasto sull’LHC e visto l’imminente sopraggiungere dei mesi invernali, che comporterebbero un aumento smisurato dell’assorbimento di energia elettrica necessaria all’innesco dell’LHC  ( in condizioni normali LHC assorbe circa 120 MW, più o meno quella necessaria all’intero cantone di Ginevra), le prime collisioni avverranno in primavera. Oltre al bosone di Higgs non nascondiamo la pretesa di riuscire addirittura ad osservare e isolare un’altra mitica particella elementare, ovvero il quark e il plasma in cui è immerso.

Noi dei vostri calcoli ci fidiamo, ma voi?
Le teorie di imminenti cataclismi sono del tutto immotivate, per un motivo molto semplice: questo tipo di collisioni sono quelle che sia mentre noi colloquiamo, nel cosmo, peraltro con energie immensamente più grandi di quelle usate nell’LHC, sia in passato, generano ed hanno generato la materia, non l’hanno distrutta. E’ da questo genere di collisioni che le molecole di cui anche i nostri corpi sono composti hanno avuto origine, per cui le reazioni che ci aspettiamo sono tutt’altro che quelle di inghiottire la materia.
L’esperimento che in questi mesi prenderà il via è solo la punta dell’iceberg di tutto un lavoro fatto nel ventennio precedente e che ora sta per essere avviato. L’LHC si può classificare come l’ultima grande cattedrale dell’uomo, sia per le dimensioni del progetto, sia per il tempo che è stato necessario per vederlo “nascere”, sia infine per l’importanza epocale che avrà sul futuro di tutti noi. LHC è di sicuro la macchina tecnologica più evoluta del mondo, è l’apogeo delle scienza tecnologica dell’uomo e i calcoli attraverso i quali si è giunti alla sua realizzazione non sono stati di certo effettuati in pochi minuti.

Gli esperimenti si verificano a più di 100 metri di profondità, fianco a fianco ad apparecchiature con energie potenzialmente distruttive. Non le genera qualche stato d’ansia?
Le energie in ballo sono tutto fuor che distruttive. Lavoriamo in condizioni di estrema sicurezza e non veniamo mai esposti al benché minimo pericolo. Nel momento in cui si mettono in circolo i fasci i ricercatori non sono presenti all’interno della struttura che rimane ospitata solo dalle apparecchiature di misura. In tutte le altre fasi del lavoro veniamo costantemente monitorati con dispositivi che assicurano che la quantità di radiazioni assorbite siano sempre al di sotto dei limiti fisiologici consentiti. Per farla breve dobbiamo dire che per il CERN i suoi ricercatori sono troppo “preziosi” per esporli a pericoli inutili.

Lei è cattolico?
Assolutamente si.

Non ha un che di profano questo studio?  Non la trova una specie di sintetizzazione del gesto divino?
Il “gesto divino” non lo vedo nella scintilla che ha scatenato l’esplosione ma nel meccanismo che lo ha regolato; la perfezione e l’equilibrio che lo governa è tale che è difficile per  me non credere all’esistenza di un’entità sovrumana che abbia concepito l’opera proprio perché ho la possibilità di “entrare” anche nell’invisibile agli occhi; ogni volta che colgo quella perfezione non posso non collegarla ad un’entità Divina.

Un commento su quanto sta accadendo
Ritengo sia indispensabile sfruttare questo momento di euforia per fissare bene un concetto; il momento è da cogliere anche grazie alla “pubblicità” di cui si sta usufruendo; non è inusuale che il fruttivendolo sotto casa ti chieda : “Beh signor Elia, l’abbiamo risolto quel problema alla macchina? Li iniziamo questo scontri?”. Pertanto è necessario ribadire ora l’importanza pratica e assoluta che ha la ricerca fondamentale sulla società. Passi enormi si sono fatti nel campo informatico per esempio, in quanto era indispensabile fornire un supporto informatico in grado di gestire l’enorme mole di dati generati dall’esperimento, o nel campo della tecnologia dei materiali che dovevano sopportare sforzi e deformazioni mai studiate prima d’ora; fino ad arrivare all’ingegneria civile vera e propria che ha dovuto costruire questa macchina titanica di 27 km a 100 metri di profondità. E di sicuro ne sto dimenticando tanti altri. 
La cosa  che deve essere chiara a tutti è che siamo testimoni oggi di un passo avanti per la  storia del genere umano del tutto simile alla scoperta dell’America nel 1492.

Vito Schiraldi

05/09/2008

STORIE – IMMAGINI E RICORDI DAL NICARAGUA

Dinamica, e piena di energia, Chiara Scaraggi ha studiato Sviluppo e Cooperazione Internazionale a Bologna conseguendo borse di studio in Francia e Cile. Nel 2007, dopo aver vinto il concorso del Ministero Affari Esteri per neo- laureati si è recata a Managua, in Nicaragua, presso l'Ambasciata d'Italia, dove ha lavorato con il dipartimento della Cooperazione Italiana. In seguito, a tirocinio ultimato, ha lavorato con una ONG nicaraguense che operava soprattutto per progetti rivolti ai giovani, ai bambini e alle donne. Oggi, di ritorno a Bitonto, ci racconta la sua esperienza in Centro America.

254901568.jpgCome definiresti il Nicaragua?
Il Nicaragua è un piccolo Paese tropicale che con gli altri del Centro America costituisce un mosaico denso di molte somiglianze, ma anche marcato da importanti differenze.
È un Paese che ha attraversato una condizione storica, valida per buona parte del Novecento, che ne ha temprato profondamente il tessuto sociale ed economico: spazio di interessi commerciali significativi, è stato colonizzato da poche ma grandi imprese statunitensi orientate all’agro-esportazione, che hanno reso questo Paese schiavo dell’esportazione di materie prime (caffè, banane, cacao in primo luogo) e soprattutto dell’importazione di altri beni di valore aggregato.
Rispetto agli altri Paesi, che ne hanno condiviso la stessa sorte, il Nicaragua è però stato segnato, per antinomia, dalla dittatura familiare dei Somoza e dalla rivoluzione guidata da un movimento di guerriglieri organizzatisi in clandestinità, il Frente Sandinista de Liberacion Nacional. In seguito, i sandinisti hanno instaurato un governo rivoluzionario (fortemente influenzato anche dalla teologia della liberazione) che ha realizzato programmi sociali, la riforma agraria, lo sradicamento dell'analfabetismo e un primo sistema sanitario, il primo ministero della cultura e dell’ambiente. Ma, purtroppo queste si sono rivelate false speranze perché in quegli anni il presidente repubblicano degli USA Ronald Reagan, pur di non trasformare il Nicaragua in una seconda Cuba, decise di investire tutte le sue forze per far cadere il governo rivoluzionario. Da questo momento in poi le pattuglie dei Contras, un vero e proprio esercito di paramilitari pagato dagli Stati Uniti, destabilizzarono tutto il nord del Paese e seminarono il terrore tra la popolazione civile. Le vittime furono quasi 38.000. Come definire quindi il Nicaragua se non un piccolo Davide del Novecento che combatte per la sua autodeterminazione contro i grandi Golia degli interessi economici e delle logiche politiche transnazionali?

Qual è la situazione politica ed economica del Paese?
Dopo 15 anni di governi neoliberisti, il partito sandinista nel 2006 ha riereditato un Paese che naviga in acque davvero difficili. La povertà è aumentata durante tutto il corso degli anni Novanta. Studi recenti indicano che, mantenendo i livelli di crescita attuali, il Nicaragua avrebbe bisogno di più di 80 anni per raggiungere i livelli socio economici odierni del suo vicino Costa Rica. Il PIL globale (2,2 migliaia di milioni usd) e pro capite (usd 453) del Nicaragua si trova infatti al livello più basso di tutto il continente americano, superato in questo triste primato, solo da Haiti. Il deficit commerciale del paese è andato progressivamente peggiorando negli ultimi anni. La forte crescita delle importazioni, dovute alla accelerata apertura commerciale, non è stata riequilibrata da un aumento proporzionale delle esportazioni.
Il tasso di analfabetismo del paese è molto alto e supera, nelle popolazione adulta, il 20 % a livello medio nazionale, con punte di oltre il 40% nelle zone rurali.
Inoltre, l’alto livello di crescita demografica (attualmente, infatti, la popolazione aumenta a un ritmo del 1.855% di incremento annuale) spinge un gran numero di giovani verso il mondo del lavoro, ma la difficile situazione economica del paese costituisce una barriera che limita in maniera marcata l’accesso a un impiego degnamente retribuito.
Questa situazione incrementa enormemente la necessità di assorbimento di forza lavoro verso attività subalterne, marginali e di sotto occupazione, praticamente le uniche esistenti.
A parte la situazione drammatica della disoccupazione, esiste il problema della sotto occupazione: persone che guadagnano meno di quanto sia considerato il livello di ingresso economico minimo, 2 dollari al giorno, necessario per soddisfare i bisogni di base.

Come mai hai scelto proprio il Nicaragua?
Ho scelto il Nicaragua perché ho conosciuto la sua storia tanti anni fa attraverso il lavoro della mia famiglia per l’organizzazione non governativa Progetto Continenti, che qui a Bitonto ha un gruppo locale di solidarietà e appoggio.
Attraverso i piccoli progetti di solidarietà che tale associazione promuoveva, mi sono interessata sempre più alle dinamiche della cooperazione internazionale, abbracciando questo tipo di studi, organizzati dalla facoltà di Scienze Politiche di Bologna, dove mi sono laureata. Così appena dopo la laurea ho avuto la possibilità di candidarmi ad un programma di stage offerto dal Ministero degli Affari Esteri italiano presso le sedi periferiche nel mondo (ambasciate, consolati, unità tecniche locali della cooperazione internazionale) e non ho esitato a propormi per il Nicaragua,dove, dopo aver vinto il bando, sono arrivata il settembre scorso.

Cosa ti ha colpito maggiormente del Paese?
Cosa continua a colpirmi…
La forza della gente la grande capacità di reagire alla povertà. la semplicità e la freschezza con cui i nicaraguensi affrontano la vita e la morte.
L’ imponenza della natura del tropico.
E soprattutto la storia del Nicaragua, la storia di un pequeño ejercito loco, il popolo sandinista, che ha sconfitto una delle dittature piú feroci della storia contemporanea, e che ha promosso diritti essenziali e ha innescato tante speranze di liberazione dalla povertà anche fuori dal territorio nazionale e dall’America Latina.

Hai incontrato difficoltà ad integrarti con la popolazione locale?
Assolutamente no perché la popolazione nicaraguense è molto ospitale ed è abituata a queste presenze internazionali. I nicaraguesi sono molto aperti soprattutto con chi arriva per esprimere solidarietà con la loro popolazione.
Io inizialmente, lavorando in ambasciata italiana sono stata a contatto con molti connazionali, però nella mia sistemazione sono stata accolta da una famiglia intera di nicaraguesi, dimostratasi davvero “meridionale” in usi e spirito di gruppo! Organizzavano feste per noi e per gli altri stranieri che vivevano in questa casa e sapevano condividere con noi esperienze, viaggi, racconti di altri tempi.

Chiara Colamorea