10/10/2008

TUTTI PAZZI PER IL BAR

Contro tendenza, negli ultimi sei mesi più di cinque nuove aperture. Atmosfere ricercate e prodotti diversificati per reggere sul mercato.

1120874938.jpgPer alcuni è moda, per altri una risposta alla crisi, di certo c’è il brulicare di bar in tutta la città: negli ultimi sei mesi più di cinque nuove aperture; la media di una ogni 30 giorni. Il risultato è che incroci una caffetteria più frequentemente di un tabacchi o di un’edicola, talvolta se ne concentrano anche un paio in una manciata di metri.
Un vero fenomeno, considerato il trend in passivo che investe soprattutto il canale del food fuori casa. “Perché portare la famiglia in pizzeria è diventato insostenibile – racconta A., 67 anni e 2 figli – con il mio stipendio da operaio non posso permettermi una spesa di 60 euro a settimana. E allora il caffè al bar ti rimane l’unico lusso che puoi concederti.” Vista dal lato dei consumi la spiegazione, in effetti, non potrebbe essere diversa. Con un salario medio di 2mila euro per una famiglia di 4 persone la cifra per vizi&sfizi si riduce sensibilmente. “Le priorità sono ovviamente altre – risponde Simonetta, 52 anni, anche lei mamma di due figli - eppoi nel Sud resiste ancora il mito del buon cibo fatto in casa. Mi pesa di più scucire parte del mio salario per un piatto di pasta che mettermi ai fornelli per prepararmelo.” E sui bar commenta: “la mia spesa giornaliera sarà di massimo 2 euro, ma solo nei feriali, nel finesettimana non capita quasi mai. Perché il bar è più un’abitudine, un modo per staccare dall’ufficio.” Un rito, in altri termini, che resiste bene a cambiamenti di costume, mode e crisi finanziarie. “A Bitonto – chiosa un giovanissimo cliente – è anche un po’ ritrovo, un posto dove fermarti la sera o il pomeriggio. Non è che noi teenager abbiamo altre alternative qui. Soprattutto d’inverno – sottolinea – con il freddo non rimani mica in piazzetta (piazza Aldo Moro, ndr) sulle panchine. Nel bar, invece, con 1.50 euro ti prendi una Coca e passi del tempo con gli amici al riparo, persino con la musica di sottofondo.”
La caffetteria così si evolve nel segno dei tempi, dando maggiori risposte alle esigenze di clienti diversi. “Se apri un bar oggi – spiega il proprietario di un nuovissimo locale – la prima cosa che non devi dimenticare è l’area riservata a tavolini e divani, chi ha spazi a disposizione anche i privè. C’è chi si siede per leggere il giornale, i ragazzini che si fermano nel tardo pomeriggio, la signora che fa la pausa dal giro di commissioni.” Non solo il classico bancone, allora, ma un mini tempio del piacere, dove l’arredamento e lo stile la fanno da padroni. C’è chi sceglie il raffinato nero, chi i colori del funky stile, chi le ispirazioni orientali: le atmosfere sono delle più diverse ma tutte spiccatamente caratterizzanti. “Non voglio spingermi a dire che il bar resista alla crisi ma credo che la caffetteria rimanga una delle poche attività commerciali che ancora funzioni – commenta un barista, proprietario di un esercizio decennale – proprio perché i suoi prodotti sono alla portata di tutti e ti permettono di avere una clientela fidelizzata e costante nei consumi. Certo – aggiunge - devi saperti aggiornare nei prodotti e nei servizi.” Espressino, allora, caffè al ginseng o all’orzo, creme fredde, cioccolate di tutti i tipi, bevande energetiche, finger food e persino la  piccola pasticceria: nei bar moderni l’offerta si fa variegata nei gusti e nelle possibilità economiche, da un minimo di 0,55 ad un massimo di 3,50 euro. “Ma il caffè rimane il più richiesto – controbatte un altro barista – ed anche quello da cui si guadagna di più. Si dice che il valore di un bar si calcola sui kg di caffè venduti al giorno ed è vero. Gli altri prodotti stuzzicano l’interesse ma non fanno la differenza. 60 centesimi – conclude - per l’aroma di un buon caffè non se li nega proprio nessuno!” E a giudicare dai tanti clienti con la tazzina in mano non sembra difficile dargli ragione.  

Marica Buquicchio

25/09/2008

LA CITTÀ DIETRO IL “GRATTA E VINCI”

Uno spaccato sociale sulla Bitonto che gratta e spera. Gioco o mania? “Il lasciapassare per un sogno”

322545780.jpgUn reseller può venderne anche 500 in un solo giorno. Sono i “Gratta e Vinci”, i biglietti della lotteria istantanea da taglio basso. Li trovi ovunque - al bar, nelle ricevitorie, ai tabacchi - e costano davvero poco: 1, 3, 5 o 10 euro.
“Sono il lasciapassare per un sogno”: il sogno di essere ricchi e quindi felici. Sillogismo immediato per chi fatica ad arrivare alla fine del mese e al vecchio detto sul binomio non ci crede affatto. Perché se è vero che i soldi non fanno la felicità, è altrettanto vero che la povertà genera disperazione. “O speranza di provarci ancora” ribatte un giovane 27enne, che ha appena acquistato due Gratta e Vinci da 5 euro l’uno.
“Perché li compro? – domanda con fare canzonatorio - Perché se avessi anche solo 30 mila euro in più potrei pagarmi quel corso di Visual Designer a Milano e forse avere speranze di trovare un lavoro. Considerato  che sono laureato da 3 anni e vivo ancora alle dipendenze di papà. Sa una cosa? I creativi non vanno di moda qui in Puglia.” A star fuori da una tabaccheria qualunque ne ascolti tante di storie come queste, legate tutte alle centinaia di biglietti che ogni giorno si vendono in città. Sono spaccati di un sociale che, un po’ come nelle scatole cinesi, ripropone immagini di un Sud che ha fame.
I Gratta e Vinci nascondo tutto questo: senso di sfida e paura, divertimento e curiosità, adrenalina e rassegnazione, disperazione e speranza in un gioco sul filo dell’ossimoro. Fare un profilo dell’acquirente tipico è praticamente impossibile. “Chiunque li compra – conferma un barista – dal ragazzo ventenne all’anziano attempato, dalla signora in tailleur al muratore. Piace a tutti, uomini e donne, giovani e vecchi.” E pure poveri e ricchi, perché a provarci non ci sono solo i classici squattrinati ma anche chi – a lume di naso – può definirsi benestante. “Di soldi – chiosa l’esercente – non se ne hanno mai abbastanza.” 
Il sistema della ‘lotteria istantanea’ a Bitonto – e in tutta Italia – funziona benissimo. Azzera l’attesa della vincita, adesca con jackpot da capogiro e seduce con i piccoli premi. Il metodo è collaudato: se si vince con il primo, se ne comprano altri nella speranza di beccarne uno da almeno alcune centinaia di euro. “Io non ho mai preso i biglietti della lotteria nazionale – spiega una signora - ma con il Gratta e Vinci è diverso. Entro nel tabacchi per acquistare le sigarette e ogni tanto mi compro pure qualche ‘Sette e mezzo’ (una tipologia, ndr). Sa, l’occasione di racimolare quegli euro in più… è un modo di giocare poco pericoloso, poco costoso ma eccitante, perché puoi vincere spesso.”
“In realtà può diventare un vizio grave – ribatte da dietro il bancone una barista – sa quanti uomini ne comprano mazzetti interi? Anche 50 da 10 euro, che fanno 500 euro: praticamente il mio stipendio mensile, pure a nero. Certe volte il gioco diventa una psicosi, non vorrei mai un marito così.”
È mania o divertimento, allora? Le opinioni si contrappongono, le persone si dividono ma i favorevoli hanno numericamente la meglio sui contrari.“È vero, c’è chi ci prende la mano – afferma un 30enne – ma il discorso lo trovo banale. Anche a giocare al Bingo o alla schedina o a qualsiasi altra cosa si rischia di esagerare. Il gioco è un vizio, mica una virtù.” Per alcuni, invece, il problema è tutto sociale “I Gratta e Vinci sono un po’ gli eredi dei videopoker, adesso vietati – argomenta una signora - E non dimentichiamoci che le famose ‘macchinette’ hanno mandato al lastrico tante famiglie. Visto che qui si tratta di un monopolio di Stato, forse qualche politico importante dovrebbe pensarci.”

Marica Buquicchio

09/09/2008

IL LICEO? UN VERO LUSSO

Primo articolo per “Se potessi avere…”, la rubrica di BitontoTv che si occupa di economia ‘domestica’. A qualche giorno dall’apertura delle scuole, mini-inchiesta sul caro-libri realizzata con il determinante contributo di Gianfranco Valentino.

1550815128.JPGE il caro-libri colpisce ancora. L’istruzione pesa troppo sulle famiglie bitontine: il solo costo dei libri di testo può arrivare a 668 euro per i neo-liceali. Constatarlo è semplice: basta sfogliare le liste delle prime classi di tutti gli istituti superiori.
Dallo scientifico Galilei all’Itis Volta, dal classico Sylos all’Itic Giordano, passando per l’Istituto Professionale di Stato per l'Agricoltura e l'Ambiente, l’IPSSCST e l’Istituto Professionale Chimico Biologico: le tasche dei genitori si svuotano nel caldo settembre scolastico. Vanno da un minimo di 225 euro ad un massimo di 668 i budget richiesti per gli studenti-matricole, iscritti cioè al primo anno. Sempre sotto il tetto dei 300 gli istituti professionali, eccezion fatta solo per l’Istituto Tecnico Industriale Statale che raggiunge i 422 euro.
Un vero salasso i licei: 495 la sezione linguistica del classico, 668 – il più caro in assoluto – lo scientifico. A queste voci di costo c’è poi da aggiungere il capitolo dizionari, indispensabili per chi si approccia per la prima volta al latino o al greco, difficilmente rimpiazzabili con i volumi maneggevoli delle scuole medie per chi approfondisce le lingue straniere.
Mia figlia si iscrive quest’anno al liceo classico – racconta una mamma – abbiamo un solo stipendio, quello di mio marito che è operaio. Attingiamo al nostro gruzzolo che abbiamo da parte per pagare i libri. L’istruzione è importante, i sacrifici di oggi saranno la ricchezza di domani di mia figlia.” Dello stesso parere molti altri genitori, che non si tirano indietro davanti ad una spesa tale ma che non nascondono le difficoltà incontrate. “Abbiamo due figli – spiega un papà, appena uscito da una libreria con in mano la lista dei libri scolastici – uno frequenterà il primo, l’altro il secondo. Devo dire che sembra la spesa diminuisca andando avanti con l’anno di corso, l’investimento iniziale è sempre il più duro da sostenere… soprattutto di ritorno dalle vacanze!”
Classico il consiglio salva-euro per eccellenza: l’acquisto dei volumi usati. Un falso mito per alcuni studenti, che difficilmente riescono a comprare tutto usato. “Usato – sottolinea per di più una intraprendente studentessa – non significa mica metà prezzo. Chi prende un libro di seconda mano dalle librerie paga di solito il 60% sul prezzo di copertina, che va al 40 a chi lo ha venduto e al 20 all’intermediario (ovvero la libreria stessa). Di solito recuperi qualcosa negli anni successivi, quando rivendi.” Il problema vero è che il libro usato è più una occasione che la norma: soltanto un terzo del totale dei libri richiesti è disponibile di seconda mano. “Perché cambiano le edizioni – spiega una mamma – e le mie due figlie si passano gli abiti, ma non i libri, nonostante abbiano solo due anni di differenza.”Anche perché – ribatte uno studente liceale – qualche professore ti fa storie se hai i libri usati, perché gli eserciziari sono tutti belli completi di risoluzioni ai quesiti.”
Dal canto loro i professori si difendono: cercano di limitare i cambi di volumi il più possibile ma quando lo fanno si muovono in maniera coscienziosa, tenendo conto delle esigenze delle famiglie. Se è vero che i ‘ferri del mestiere’ di uno studente sono i libri, è altrettanto vero che per lavorare bene si ha bisogno di adeguati strumenti; “soprattutto – chiosa un neodiplomato – quando le strutture scolastiche sono piuttosto carenti.

Marica Buquicchio

29/08/2008

SE POTESSI AVERE…

 

Consumi e carovita, inflazione e potere d’acquisto e molti altri argomenti di economia ‘quotidiana’ nella nuova rubrica-inchiesta di BitontoTv

“Se potessi avere mille lire al mese farei tante spese, comprerei fra tante cose le più belle che vuoi tu!”. Sono passati quasi 70anni da quando Gilberto Mazzi cantava la canzone delle “famiglie in bolletta”. Da allora di cose ne sono cambiate e non soltanto per quella moneta unica, l’euro, che della vecchia lira ha preso il posto, ma anche in tanti di quei campi della vita sociale ed economica.
Ce lo dimostrano i servizi giornalistici in tv (quella tradizionale via cavo), ce lo ricordano i titoloni a tutta pagina dei grandi quotidiani. E intanto sulla testa dei bitontini girano confusi turbini di paroloni che spaventano. Oltre le regole generali, oltre le discipline da cattedra, c’è una economia ‘quotidiana’ che ci attraversa la vita. Costo delle case, carovita, andamento dei consumi, perdita di potere d’acquisto, ricchezze imprenditoriali: come può un portale cittadino ignorare tutto questo?
Ardua, senza ombra di dubbio, l’impresa di parlarne. E allora sono sicura che non sarete avari in comprensione nei confronti di chi digita dall’altro parte del monitor. La scelta è molto precisa: raccontare come vivono i bitontini nel XXI secolo e (perché no?) tessere soluzioni ad hoc. Storie, indagini, consulenze, approfondimenti: “Se potessi avere…” è un po’ rubrica, un po’ inchiesta sulla domesticità economica bitontina.
Dal 8 settembre il primo tassello della sezione ‘economica’ di BitontoTv.

A cura di Marica Buquicchio