31/12/2007
COUNTDOWN: MENO UNO
Questi ultimi scampoli d’anno ci offrono l’opportunità – e l’ineludibile necessità – di tracciare un bilancio di questo 2007. Interroghiamoci sul senso delle strade intraprese lungo questo periodo.
Meno uno.
Unico come ciascuno di noi, come quell’assoluto e irrepetibile principio che ci abita e ci anima, che ci distingue e ci restituisce la nostra originalità di creature sempre diverse fra loro.
Ai pochi avventori che, districatisi tra capitoni e caviale, si trovino ora a scorrere queste righe, l’auspicio che queste ultime ore di 2007 possano essere dedicate alla riflessione ed alla cura di noi stessi, dei nostri bisogni, delle nostre mosse di vita, che possano segnare un impeto d’amore verso noi stessi, esempio per il futuro.
Non trascuriamo mai il “dettaglio” della nostra singolarità. Coltiviamo, anzi, le nostre intime pulsioni ricordando come esse siano essenziali per il cammino della storia intera.
Vogliamoci bene, insomma. Veneriamo il mistero incarnato nelle nostre persone senza temere di cadere nell’egoismo che – dicono- abbruttisce la nostra società. Non di egoismo, infatti, soffre questa nostra umanità, quanto di un individualismo alienato, dello smarrimento vero e proprio della matrice creativa di ogni nostra individualità.
Impariamo ad accettarci per quelli che siamo. Ad accettare anche la china di sofferenza cui la nostra anima troppo spesso è esposta. Specie attraverso il dolore e la tribolazione sappiamo accettare il nostro limite di creature come un’opportunità ed uno stimolo a vivere.
Guai a farci spettatori passivi della nostra avventura.
Che l’esperienza di un anno che si esaurisce possa significare l’inizio di un continuo percorso di rinascita.
E se gli ultimi istanti di questa giornata ci strapperanno una lacrima e ci faranno sospirare con un filo di disperazione: “Speriamo che l’anno nuovo sia migliore”, proviamo a guardare alle nostre passate traversìe come il ricco equipaggiamento per il nostro domani, cerchiamo di ravvisare anche nei momenti di tenebra i riverberi sgargianti della nostra forza interiore.
Recita un adagio di Lao Tse: «Quella che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla».
Sabino Paparella
18:00
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30/12/2007
COUNTDOWN: MENO DUE
Questi ultimi scampoli d’anno ci offrono l’opportunità – e l’ineludibile necessità – di tracciare un bilancio di questo 2007. Interroghiamoci sul senso delle strade intraprese lungo questo periodo.
Meno due.
Come la coppia, paradigma privilegiato di relazione.
Io e Te.
Quanto questo anno che chiude ci ha lasciato spazi di ricerca di quell’Altro destinato ad essere interlocutore fondamentale del nostro racconto di vita? Quanto ci siamo abbandonati alla danza dell’amore? In che modo ci siamo resi disponibili all’incontro e con quali esigenze ci siamo mossi verso di esso?
Simili interrogativi non possono che suggerirci generose prospettive di speranza per l’anno che viene, lasciarci irrimediabilmente affascinati da quella teologia del volto che descrive l’insondabile bellezza di quel particolarissimo Uno a cui il nostro viaggio volge.
Non parlo semplicemente di innamoramento, né di un’esperienza mistica.
Il “volto” che inquieta i nostri sogni, che spezza le catene della ripetitività, che ci libera dalla tentazione del paludamento spirituale, quello stesso volto di cui non conosciamo magari nemmeno l’identità, quel volto irrimediabilmente ci sconvolge e ci trasforma, ci chiama a vivere non più per noi stessi, ma per qualcuno ed in qualcuno.
Pertanto, in fondo non è importante chi sia, quanto piuttosto che ci sia a ricordarci che c’è qualcosa e qualcun altro oltre noi stessi per cui valga la pena prendere il largo nel mare tempestoso della vita.
Che sia distante da noi quel volto. Il più scomodo e distratto possibile. Perché non possiamo correre il suadente rischio di farne un nostro ritratto speculare.
Che possa sempre rappresentare per noi un’incognita, un mistero da penetrare e sperimentare col rispetto che si deve ai sacri arcani dell’esistenza.
Energia pura. Appello inesorabile. Richiesta di ascolto. Questo volto sia davvero per noi una spinta propulsiva di dono e gratuità; scuota le nostre coscienze intorpidite dalla solitudine dell’anima, e ci guidi verso un cammino ispirato, fatto di passione e di intensità, di commozione e partecipazione.
Fra i buoni propositi che – si spera con la massima serietà e coerenza- ci avviamo ad esprimere a noi stessi per l’anno incipiente, non manchi mai l’esperienza del volto. L’esperienza dell’amore. L’esperienza della ricerca del nostro partner spirituale.
Lasciamocene sconvolgere.
E se anche crediamo d’aver terminato la ricerca e di avere affianco quello che riteniamo poter essere il nostro compagno di vita, lungi da noi fare a meno di una indagine del volto, anche su di lui (o lei, s’intende).
Nelle nostre relazioni non manchi la capacità di stupirsi l’uno dell’altra, mai dimentichi del fatto che sarà sempre impossibile conoscere in pienezza l’amenità del mistero di colui che stringe la nostra mano.
Per questo nuovo anno promettiamoci di non dire mai frasi del tipo “la conosco come le mie tasche”.
A meno che le nostre tasche non peschino negli insondabili meandri dell’eternità divina, avremo solo ostentato un’ingenua illusione.
Sabino Paparella
09:45
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29/12/2007
COUNTDOWN: MENO TRE
Meno tre.
Come la Trinità, legame vincolante con la dimensione della trascendenza.
Diremmo: Noi e l’Assoluto.
E la fine di un anno può così divenire anche l’opportunità per trovare il vuoto ed il silenzio attorno a noi, per cercare nella pace dell’anima battiti ed echi della nostra esistenza.
Al riparo dall’incomprensibile blaterare della nostra routine e dall’assordante mutezza delle nostre coscienze ricaviamo in questi essenziali scarti di tempo il cantuccio del dialogo con noi stessi, quell’intervallo di spiritualità che ci interroga in merito ai profumi di religiosità con cui sappiamo condire la nostra vita.
Profumi di religiosità – badate –ma non necessariamente di Dio, perlomeno quale siamo soliti pensarlo. Perché la domanda di fede è una sana inquietudine che tutti deve attraversare e sconvolgere, credenti e non, atei e santi, religiosi e laici. Guai a risolvere nell’epicureismo il rifiuto di Dio o della Chiesa.
Un profumo di religiosità, dicevo piuttosto, perché in ogni possibile traduzione esso interpreta etimologicamente il raccordo residuale (re-ligio appunto) fra presenza contingente ed esistenza originaria degli uomini. Cifra della condizione umana generale, esso dipinge il nostro ritratto sulle scabrose superfici dell’eternità, annuncia di noi una parola che ci impone di fare scalpore nella storia.
Che questo lasso di attesa si imponga come ricerca del silenzio.
Che il nuovo anno che ne seguirà porti con sé domande di senso, autentiche e profonde. Attraverso di esse ci venga garantito, sempre e comunque, il diritto alla fede, lo slancio verticalistico verso una Verità superiore, quale che essa sia.
Nel rimarcare una sperequazione palese, d’altronde, il nostro rapporto con l’Assoluto ci ricorda come la nostra finitezza sia una risorsa. L’invocazione al cielo in qualche modo ricorda come a ciascuno di noi, indipendentemente da qualsiasi considerazione di merito, sia affidato un tempo; ed uno spazio.
Nel limite di una scheggia temporale come quella del nostro anno ancor meglio sappiamo apprezzare come questo sia un dono di grande dignità e viva incarnato nella diacronia della nostra storia, una storia in costruzione ed evoluzione, pregna del nostro contributo dinamico e creativo, della libera aggiunta che sappiamo imprimerle.
Nella parzialità degli orizzonti miopi dei nostri panorami, infine, sappiamo riconoscere l’anima - di per sé “immagine mobile dell’eternità”, come avrebbe detto Agostino – come “luogo” privilegiato a cui rapportare gli spazi della nostra vita.
Se nei sogni appassionati della vigilia di Capodanno, se in quegli istanti che vedono il rimpianto per il tempo fuggito superato dal lume di una speranza che si accende, se in quegli attimi di commozione sapremo confermare l’eternità e l’anima come riferimenti irrinunciabili della nostra transumanza di uomini, ci sarà ancora spazio per un futuro di serenità e verità.
Sabino Paparella
10:00
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28/12/2007
COUNTDOWN: MENO QUATTRO
Questi ultimi scampoli d’anno ci offrono l’opportunità – e l’ineludibile necessità – di tracciare un bilancio di questo 2007. Interroghiamoci sul senso delle strade intraprese lungo questo periodo.Meno quattro.
Come i punti cardinali, emblema dell’universalità, della vocazione ecumenica, della portata sociale del nostro operato, dell’afflato politico del nostro progetto di vita.
In sintesi, noi e il mondo.
Questo giorno ci aiuta dunque a riflettere sui cambiamenti su scala globale avvenuti in questo anno, e ci interroga in merito al percorso cui abbiamo affidato il nostro mondo.
Ma di quale “mondo” parliamo?
Del nostro pianeta, della nostra nazione, della nostra città, del circondario di casa nostra?
Ciascuna realtà plurale intorno a noi si classifica in realtà come un piccolo mondo, somma di tante differenti componenti in qualche modo tangenti la nostra esistenza.
E allora è opportuno chiedersi piuttosto in che modo questo anno abbia determinato il nostro viaggiare al di fuori di noi stessi, verso le mete della diversità, che ugualmente dimora sul ciglio della nostra strada, come in seno alla Assemblea dell’ONU.
Questo giorno ci aiuti a misurare il coraggio con cui abbiamo saputo alzare lo sguardo oltre gli steccati dell’autoreferenzialismo, là dove identità e alterità vivono di quella dialettica che rende questo mondo bello perché vario.
Ci porti consiglio affinché sappiamo verificare quanto siamo stati responsabili della realtà in cui viviamo immersi.
Ci faccia capaci di riconoscere se siamo stati partecipi del bene comune e della coscienza collettiva che dà un’anima a questo mondo.
Sia per noi l’opportunità di guardare alla strada percorsa come ad un campobase per vette sempre maggiori: sudore, polvere e graffi siano non soli i segni della traversata, ma anche l’equipaggiamento indispensabile per riorientarci, per trovare il nostro Est ed il nostro Sole, la nostra dimensione missionaria, le chimere di una speranza militante.
Sempre ci accompagnino i larghi respiri della pluralità, affinché possiamo sentirci cittadini cosmopoliti e pellegrini anelanti sulla strada dell’unità.
Alla soglia di un crocevia che paventa lo smarrimento e l’oblio, il nuovo anno ci confermi nella riscoperta della nostra identità di uomini e, come tali, di interpreti eclettici dei sentieri della realtà.
Guardando al futuro potremo dire di esserci spesi per un sogno comune.
Sabino Paparella
11:10
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09/12/2007
PENSIERO nr 6
Per la rubrica settimanale di riflessioni e pindarici voli sull' universo uomo, riproponiamo un passo molto significativo che il Gruppo Immagini pubblicava su segnalazione di Valentino Losito, apprezzato giornalista bitontino.
Condividendo la significatività di questo pezzo, ringraziamo entrambi per lo spunto di riflessione regalatoci.
"Io penso che non valga tenere il broncio al tempo presente, penso che questo tempo sia straordinariamente penoso, ma che dia anche la possibilità di radicali avventure esistenziali: basta avere il coraggio di compierle. E qui il coraggio non può venire dalla disperazione, dalla sensazione che in fondo noi non abbiamo nulla da perdere e invece loro da perdere hanno tanto. Ecco il nostro potere, la nostra leggerezza, la nostra eleganza contro la goffaggine dei cosidetti potenti. La sfida è in corso e l'esito è incerto. Il guaio è che non siamo abbastanza feroci da affondare i colpi. Non bisogna essere in molti per cambiare l'epoca. Questa società ha paura anche di poche anime vive, per questo dà libero sfogo ai morti. Per questo fa parlare tutti e tutti insieme, per soffocare le voce che possono incrinarla veramente. La dittatura una volta agiva sul silenzio, adesso agisce sul rumore, lo aumenta a dismisura."
Franco Arminio
11:10
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02/12/2007
PENSIERO nr 5
Qualche tempo fa un nostro lettore ci aveva chiesto di parlare, nella rubrica "pensieri", di depressione. Accogliendo l'invito abbiamo cercato per un po' il blog o il sito che potesse meglio centrare l'obiettivo.
Avremmo potuto parlare di statistiche, di cure, di studi illuminati e di strane terapie miracolose. Ma parleremo di una storia vera e useremo una riflessione tanto vera quanto agghiacciante.
Lo so è una bella domenica di dicembre, con il sole alto e i riflessi chiari che attraversano le stanze, vi chiederete perchè ammorbare questa bella sensazione con un argomento tanto tetro e forse non arriverete in fondo alla pagina.
Ma non parlare e soprattutto non ascoltare uccide più di un colpo di pistola. E ci sono donne, uomini, ragazzi e ragazze già morte dentro, molto prima di premere il grilletto o di saltare giù da un cornicione.
A loro, alle vittime della malattia fantasma e a tutte le persone che li amano, soffrendo con loro, dedichiamo questa lettera, tratta da www.liberipensieri.net.
Perchè il leggero tepore di questo sole di dicembre riscaldi anche gli animi più affranti...
<<Oggi si parla di qualcosa di cui nessuno voul parlare mai, nemmeno i diretti interessati. Oggi state leggendo qualcosa che vuole smuovere le acque apparentemente calme di un Mare troppo grande per poterne soltanto riuscire a vederne un infinitesima parte.
Oggi togliamo la maschera e ritorniamo ad essere noi stessi. Da oggi non saremo più fantasmi. Chi di voi starà leggendo per ora starà anche provando quelle emozioni che da sempre l'uomo evita: paura, sconforto angoscia, solitudine, sbandamento e sarà tentato d'evitare le mie parole. "Non evitare, saresti come quelli che evitano te".
Inizieremo a parlare di noi, di alcuni di noi, e con il NOI voglio farvi capire che anch'io sono un depresso, ormai da cinque anni, e solo dei tranquillanti, a volte, mi danno la forza per andare avanti. Ma sono un depresso che non vuole fuggire non vuole nascondersi e vuole aprire un dibattito sul perchè veniamo abbandonati a noi stessi, trattati da anormali, ed evitati fino al punto di tacere anche sui nostri suicidi. Nell'arco dei secoli siamo stati arsi vivi, rinchiusi in manicomi inumani, trattati da visionari da adorare e da persone da compatire, forse questa è la volta buona per far capire al mondo che un Depresso è un uomo che non ha dentro se una componente importante: "l'affetto".
Non voglio parlare di fantasmi, Dio mi allontani solo dal pensiero ma parlerò di persone reali che vivono in solitudine l'angoscia della malattia e vedrete che suicidio, droga, sesso e molto altro rientrano in una cerchia più ristretta, quella del "mal di vivere".
Alcuni penseranno che bisogna dividere ogni cosa separandola dall'argomento depressione, io invece dimostrerò soltanto raccontando me stesso e gli altri, che tutto gira attorno una mancanza d'affetto.
J. è una ragazza di 18 anni, qualche mese fa mi è casualmente arrivata all'orecchio che "è uscita pazza", come dicono in modo molto sbrigativo per definire una persona che soffre di problemi mentali. Per risollevarsi non ha voluto l'aiuto di nessuno, neanche di quelle persone che le stavano accanto ma che per lei erano la causa del suo malessere: i propri genitori. L'unico aiuto l'ha trovato nella cocaina dopo che anche gli amici l'avevano abbandonata. La coca è stata l'unica arma contro la gente e il suo dolore, la Madre che beve e dorme dall'amante e il Padre che guarda tutto in silenzio. Mancanza d'affetto-depressione-cocaina. Trovate un nesso? Il Padre e la Madre di M. hanno divorziato circa otto anni fa, e da allora lei non ha più rivisto nè suo Padre né i suoi due nuovi fratellini. Ha sofferto di depressione per un pò, poi ha trovato un ragazzo e si è sposata, ma la storia è durata sei mesi e poi subito il divorzio. Da allora ha combattuto la sua mancanza d'affetto con il sesso, arrivando anche a prostituirsi per il solo fatto di vendere il proprio corpo che per lei era inutile. Mancanza d'affetto-depressione-prostituzione. R. aveva delle liti col Padre da qualche anno, quest'ultimo non accettava la nuova fidanzata del figlio che considerata una sgualdrina a differenza delle ex a cui si era tanto affezzionato. "Sposala se vuoi, ma qui non metterà più piede". Lui cadde in depressione ma sfuggì a tutte le cure. "Meglio che tu soffra adesso, che per tutta la vita." queste furono le ultime parole scritte su un foglio di carta da pane prima di togliersi la vita circa due anni fa. Eravamo cresciuti nello stesso palazzo. Mancanza d'affetto-depressione-suicidio.
Si potrebbe continuare all'infinito ma basta questo per riflettere, sta a noi aggiungere la terza parola al fatidico trio : Mancanza d'affetto- depressione-...
E' ora di svegliarsi, non credete a chi vi dice che "pensare troppo fa male" che avete bisogno di riposo, che delle sostanze nel vostro cervello non hanno il giusto equilibrio: sono le nostre emozioni a provocare lo squilibrio o è lo squilibrio a provocare le nostre emozioni? E' come dover constatare s'è nato prima l'uovo o la gallina. Voi avete bisogno di pensare come non avete mai fatto, di cercare nuovi stimoli e riagire come non avete mai fatto, di cercare l'affetto perduto come non avete mai fatto, di fare di voi stessi uno strumento di comunicazione di massa attraverso le maniere più disparate senza arrendervi mai, perchè noi esistiamo e non siamo "fantasmi".
Ciò che ho scritto non è nemmeno una parte infinitesimale di ciò che ho da dire, ma voglio vedere se siete pronti assieme a me ad affrontare di petto l'emozioni più negative trasformando in vittoria ciò che apparentemente sembrava sconfitta. Anch'io incontro menefreghismo anche da parte di chi sta male e da questo male vuole nascondersi, ma ho visto morire persone valide e piangere gente a sessant'anni ammalata e alcolizzata gridando "Mamma aiutami" e ho capito che noi soli possiamo essere psicologi di noi stessi, solo chi ha visto il male sa riconoscerlo, solo chi lo conosce può sconfiggerlo.
Continueremo".
Dal diario di F., morto suicida nel settembre 2002
Questa email è stata mandata da una mamma al sito www.liberipensieri.net
10:30
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17/11/2007
PENSIERO nr 4
Da Repubblica.it un articolo che farà molto discutere. Aspettiamo le segnalazioni e i commenti soprattutto dai giovani laureati.
LAUREATI, I NUOVI EMIGRANTI
Allarme dai dati Svimez: a tre anni dalla laurea il 46% è disoccupato. In dieci anni è quadruplicato il numero di chi si sposta in cerca di occupazione.
A tre anni dalla laurea la disoccupazione. E se il lavoro c'è, è atipico e per pochi: privilegiati, benestanti e raccomandati. In questi casi si resta, negli altri si va. Da Sud a Nord: altra città, altra casa, altra vita. Si diventa emigranti, con una laurea in valigia e la speranza di farne buon uso.
Per i neolaureati meridionali mancano alternative; le partenze negli ultimi anni sono triplicate; mentre chi resta si affida a conoscenze e raccomandazioni per cercare lavoro.
Le cause? Diverse e complesse, ma in primo piano ci sono la scarsa mobilità sociale, la mancata ripresa economica e il sistema scolastico.
È quanto sostiene una ricerca della Svimez, (Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno), che prende in esame la mobilità territoriale, la condizione professionale e occupazionale dei laureati meridionali a tre anni dalla laurea. Nel lavoro pubblicato sul quaderno "I laureati del Mezzogiorno: una risorsa sottoutilizzata o dispersa" e condotto su dati Istat dai professori Mariano D'Antonio e Margherita Scarlato dell'Università di Roma Tre, si legge infatti che...
Leggi tutto l'articolo cliccando qui e lascia un tuo commento sul nostro blog!
08:45
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14/11/2007
PENSIERO nr 3
Riproponiamo e segnaliamo un articolo molto particolare di LASTAMPA.it che fotografa la tendenza-lavoro del vicino periodo natalizio.
Consigli, opportunità e pareri autorevoli in un articolo che lascia avvicinare il lungo spettro nero della precarietà.
Nelle liste di Babbo Natale
Boutique, banche o aeroporti. Corsa al contratto per le feste
Questa volta mi sono iscritto nelle liste di Babbo Natale in anticipo, così non mi toccherà fare, come l'anno scorso, la Befana». Antonio Comoglio, laureato in Lettere, disoccupato, ha 30 anni e, forse, non ha più l'età per mascherarsi. Il punto è che lui e la sua ragazza, 26 anni, universitaria a Torino, si travestono per lavorare. Lei, nel 2006, è stata più fortunata: lasciato il curriculum in un'agenzia interinale ha trovato posto, per tutto dicembre, come promotrice di vendita in un supermercato. Antonio, iscritto nella stessa agenzia, si è dovuto accontentare: è stato chiamato soltanto il giorno dell'Epifania per via dell'alto numero di Babbo Natale disponibili per centri commerciali e marciapiedi davanti ai negozi. Lo stipendio non è stato altissimo per entrambi: la promotrice di panettoni ha intascato poco più di 800 euro, lavorando a tempo pieno, domeniche comprese. La Befana, che distribuiva caramelle e depliant di biancheria intima nel parcheggio di un grande centro commerciale, per una settimana ne ha guadagnati 170.
Antonio e la sua ragazza quest'anno ci riprovano. Con loro una schiera di uomini e donne, più o meno giovani che con l’avvicinarsi del Natale inseguono l’occasione di guadagnare qualche cosa o la speranza di un posto di lavoro da mantenere anche dopo le feste. I colloqui per il business del lavoro natalizio sono già partiti, l'importante è non perdere tempo, armarsi di curriculum e presentarsi nelle agenzie di lavoro o direttamente ai negozianti. O ancora confidare in Internet e spedire la domanda via e-mail. Gli stipendi lordi e regolarizzati da un contratto vanno dagli 800 agli oltre 1000 euro lordi. Dipende dal tipo di impiego, perché naturalmente non si cercano soltanto...
Leggi tutto l'articolo cliccando qui e lascia un messaggio sul nostro blog... A che riflessioni ti porta questa storia?
08:25
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06/11/2007
PENSIERO nr 2
da Letterine di Affari Italiani
Cara Meredith,
da dove ti trovi adesso per favore non leggere i giornali, non ascoltare i telegiornali. La tua vita, le tue ultime ore, il tuo corpo, sono sottoposti a un massacro per certi versi peggiore di quello che ti ha inferto il tuo carnefice.
Un lettore mi ha scritto parlando di "condanna a morte" che a te è stata sentenziata senza che tu potessi opporti, mentre sicuramente l'assassino, se sarà individuato, non verrà ripagato con la stessa pena. Io non so come tu la pensassi, ma credo che le parole di questi giorni, in molti animi, siano davvero formulate senza pensare alle conseguenze.
I delitti, specialmente quelli che hanno uno sfondo sessuale, sono sempre caricati di una attenzione speciale, morbosa, attirano l'opinione pubblica che da un lato si indigna, dall'altro scava nei dettagli.
Condannare a morte il tuo assassino non è certo la risposta di un paese civile. E non ti riporterebbe in vita. Sulla pena di morte, a costo di ripeterlo in continuazione, non potrò mai cambiare idea, perché sarebbe la sconfitta della civiltà giuridica che questo Paese ha esportato nel mondo.
Altra cosa è la pietà e il silenzio, che forse ci vorrebbero attorno a casi come il tuo, lasciando agli investigatori il compito non facile di trovare i colpevoli. Secondo me ci riusciranno, e forse scopriremo che sono nostri simili, tuoi conoscenti, persone delle quali ci si poteva "fidare", certamente non brutti, sporchi e cattivi.
Non c'è nessuna morale da trarre, cara Meredith. Neppure sul tuo tipo di vita. Perché a 22 anni, in Italia per studiare e per vivere, avevi tutto il diritto di fidarti e di cercare esperienze anche personali.
Che nessuno ti giudichi, che molti ti ricordino per il tuo sorriso.
Franco Bomprezzzi
franco.bomprezzi@affaritaliani.it
08:20
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03/11/2007
PENSIERO nr 1
Un blog che parla della città non dovrebbe affrontare argomenti a 360° sul panorama dell'informazione globale. Ma certe cose sono come un pugno nello stomaco e meritano di essere affrontate, perlomeno nello spazio di una riflessione.
Nasce da qui la nostra nuova rubrica "Pensieri", aperiodica ed atematica. Una sorta di contenitore di frasi prese qua e là nel mondo dei blogger, di schegge di idee tirate fuori dai nostri diari, di deliri e sospiri stampati sul web... insomma di tutto quello che è pensiero che prende forma...
dal blog http://folata.splinder.com
Solo per ricordare che Nicolae Romulus Mailat prima di essere un romeno è un uomo…anzi, un maschio…
…perché per quanto scontata una verità resta comunque una verità, e non tutt* hanno il coraggio di nominarla…di esplicitarla, a partire da molti uomini, e purtroppo ancora, da molte donne, che ci stanno accanto, fino ad arrivare a chi per noi, uomini e donne di questo paese, governa. Uomini. Uomini che fingono di aver capito pur di non mettersi in discussione, uomini che continuano a ritenersi indispensabili per la sicurezza delle donne, uomini che continuano a trovare un nemico altrove pur di non rompere quel patto di genere stipulato in silenzio nei secoli dei secoli. Un patto che prima è di genere e poi “di razza”: un patto tra uomini, che poi, quando la cerchia si stringe, è preferibilmente tra uomini “bianchi”. Un patto che si fa beffe di qualsiasi norma securitaria, anche della più restrittiva, perché non lo sarà mai abbastanza per penetrare nelle ristrette mura di una casa. Un patto che irrompe silenziosamente nel quotidiano di troppe donne, perché è silenzioso nell’agire, e perché troppo spesso induce le donne stesse al silenzio. E’ giusto, giustissimo, cari compagni(maschi) che voi prendiate parola su un tema che non vi ha mai visti protagonisti, ma che vi vede, comunque, attori nel vostro genere, ma è indispensabile, io credo, che noi compagne perseguiamo in un lavoro che evidentemente non è capillare, forse tra di noi, di certo nella società che vogliamo trasformare. Se così non fosse avremmo avuto almeno una condanna di genere non solo all’impostazione del “pacchetto sicurezza”, ma anche a tutte le derive a cui approdano sistematicamente e trasversalmente sia i nostri alleati di governo che i nostri oppositori. Se così non fosse mercoledì stesso avremmo avuto una grande manifestazione di soggettività femminile a condannare quella violenza, e non Fini alla stazione di Tor Quinto che strumentalizza xenofobamente l’accaduto, né tantomeno lo sgombero del campo rom oggi. Se così non fosse molti uomini avrebbero taciuto, per una volta loro.
E il risultato qual è?
Che la soluzione di certo più efficace, più attraente nei confronti dell’opinione pubblica è lo sgombero del campo rom, lo stesso campo rom in cui vive, credo, la donna che ha denunciato il crudele aggressore della Reggiani…
Perché le donne immigrate non uccidono, non stuprano, non commettono violenze? Anche questa sembrerà una banalità, ma è una banalità a cui molt* italian* non danno importanza…Quello che in realtà davvero mi preoccupa, car* compagn*, è un arretramento culturale profondo della nostra società, che porterebbe pian piano alla scomparsa di parole come autodeterminazione, libertà, non-violenza, solidarietà, sicurezza…sicurezza, quella di poter essere donna e poter vivere libera dagli oppressori. Un giro, anche rapido, tra i vari forum della rete e tutto questo, da timore che diventi realtà diventa realtà di cui avere timore…Piuttosto che continuare ad assistere quasi inemri alle strumentalizzazioni dei politici, maschi, troppo adulti e spesso non di sinistra, io credo che dovremmo irrompere in questo mare di falsi luoghi comuni e rompere il muro dell’ipocrisia che sta facendo fin troppe vittime tra le donne, italiane e migranti. E soprattutto per rompere quel patto. Abbiamo un’occasione tra 20 giorni, non sprechiamola, trasformiamo il 24 novembre in una presa di parola davvero collettiva, davvero comunitaria, davvero democratica. Scendiamo in piazza per dire NO ALLA VIOLENZA DEGLI UOMINI SULLE DONNE!
Anche se non cambierà nulla quel fiore, bianco e triste, è per Giovanna Reggiani, ennesima vittima di una matassa di violenze...
15:45
Scritto da: bfreezones
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