11/08/2008

SAND ART. L’ARTE DEL TEMPO

Un’arte fragile ma straordinariamente suggestiva, dal destino sempre in bilico, minacciato dal mare, dal vento e da orme distratte: la Sand Art, l'arte di riprodurre figure e disegni sulla sabbia. Castelli, personaggi delle fiabe, cattedrali, mondi inventati, personaggi storici,  quest’arte mimetica non conosce limiti, e negli anni ha radunato sempre più proseliti e appassionati. 687964266.jpg
La Sand Art si impregna dell’illusorietà della Land Art e della sollecitazione sensoriale dell’Arte Povera. A metà fra la scultura e l’installazione, l’arte della sabbia risale a delle civiltà dell’Asia e dell’America Settentrionale che investivano la creazione delle opere di valore simbolico-rituale: costruzione e distruzione compongono l’idea della caducità e della instabilità umana; costruire opere d’arte con la sabbia significa immobilizzare in una sospensione metafisica una presenza-assenza.
Acqua e sabbia sono la tavolozza di artisti come Dan Belcher, Radovan Zivny, Sandsational, Team Sandtastic, KingSand, Helena Bangert, Ilana Yahav, Michel Lepire e Amazin’ Walter: i loro nomi non vi diranno nulla, ma le loro opere vi stupiranno. Manualità esperta, creatività e un pizzico di follia per giocare con la natura e sfidare le sue  forze.
 La finezza dei granelli, piccoli ed invisibili si regala a confini ampi ed irrisori. Sfide con il tempo, costruzioni effimere delineate solo dall’azione stessa che le ha generate, opere d’arte in bilico fra il luogo del reale e il non luogo della provvisorietà, tra l’artificialità dei solchi e la naturalità della materia, tra l’immobilità dell’istante e la fluidità incontrollabile del tempo.
La rassicurante regolarità del cerchio, l’irregolare sinuosità delle curve e  la divina energia delle spirali sono le forme preferite dallo statunitense Jim Denevan, attualmente considerato il miglior artista ed esponente al mondo della Sand Art. Sono le spiagge deserte ed incontaminate le tele delle sue intuizioni; cerchi che si inseguono dai più piccoli ai più grandi, spirali di onde che non si incontrano mai, curve serpeggianti che si intrecciano in un frammentato gioco di sottigliezza e doppiezza, realizzazioni monumentali che si estendono su miglia di spiaggia con  l’unico ausilio di un bastone.
Forme geometriche precisissime e stranianti, che sembrano creare uno spaesamento ipnotico nello spettatore. Uno strano connubio tra il rigore delle forme e l’indeterminatezza della performance carica le sue opere di un sublime misticismo; figure simboliche e forme stilizzate, solchi infiniti nella sabbia che dall’alto diventano illusioni ottiche impressionanti o tracce effimere di rituali segreti. Tra l’opera e la traccia, la pastosità e la granulosità della sabbia sono l’anima di una nuova vita nella follia monumentale delle opere di Denevan.
A ricordare  passo per passo la sua attività, foto dettagliatissime di tutti i suoi lavori e capolavori, esposte oggi nei più importanti musei e gallerie d'arte del mondo. Una mostra in suo onore è stata allestita nell’estate 2007 al MOMA di New York.446707221.jpg
Appassionatevi ma non siate sentimentali, non vi affezionate, sono solo castelli di tempo…


A cura di Lara Carbonara&Lucrezia Naglieri

30/07/2008

RITRATTO D'ARTISTA

Per onestà intellettuale o puro sciovinismo, una finestra di arte si apre sugli artisti bitontini. 

La curiosità di penetrare le loro vite e carpirne il genio, decifrare i segni invisibili dell’ispirazione e oltrepassarli con libera e schietta interpretazione. Ricerca non premeditata dell’estro ultraterreno che sfugge alla nozione. Una sfida a lasciarsi travolgere e coinvolgere dalle immagini e a raccontarle, senza arroganza, attraverso  stimoli e percezioni. Ancora un colpo d’arte, disatteso e disincantato, per stuzzicare l’indiscrezione, solleticare l’attenzione e appassionare gli animi di quanti, scettici, dimenticano e non sperano nell’arte bitontina.

 EMANUELE RUBINI. L'IMPERTURBABILITÀ DELLA CURVA

a cura di Lara Carbonara & Lucrezia Naglieri

1974391072.JPG Vive a Bitonto, ha quarant’anni e alle spalle due premi d’arte contemporanea ed innumerevoli mostre oltre i confini del suo paese natale. Emanuele Rubini, l’incarnazione dell’autoesaltazione, la misura tangibile della forma non ancora inventata, la manifestazione della “sfida della pietra’’, come ama lui stesso definire il suo lavoro. La passione per il design, per la forma,  la sua familiarità con i materiali lapidei – figlio di costruttore -  la rabbia scatenata dalla delusione delle porte chiuse in faccia, lo hanno spinto ad una inaspettata svolta plastica. “Uso la scultura come arma in difesa alla vita che ti impedisce di aprire le porte: con la scultura materializzo quello che sento”. È stato naturale, istintivo. Rendere tangibile un’idea, plasmare la materia e dare vita ad un immagine, è diventata la sua ricerca.
Come da un enorme squadrato blocco di marmo riesca a tirare fuori una curva rubata ad una nuvola rimane il suo segreto, la cifra distintiva della sua arte. “E proprio lì, nella curva, che io vedo l’armonia della vita, la bellezza della donna”. La bellezza che sfugge alla corrosione del tempo: pelle, carne , vita, cristallizzati nell’attimo della creazione, in cui tutto è perfetto. Un ampio respiro di classicità, di canoni di perfezione smarriti nelle pieghe del tempo, caratterizzano tutte le sue creazioni. L’ espansione della curva  si trasforma in piega, la distruzione della staticità sigillata dalla materia cresce, si avvolge su se stessa, si contorce, si allunga. La figura che ne viene fuori sembra afferrare lo spazio e occuparlo,  la durezza del marmo si piega alla morbidezza della contrazione. A metà fra sacralità e primitivismo, la sensualità di una schiena femminile, la lucidità della tensione muscolare, la sospesa unione di due corpi sinuosi, la flessuosità delle sagome elicoidali. Soffice e leggero come ali d’angelo, il marmo parte da una base rotondeggiante e si sviluppa in una allungamento elegante e rifinito, con intagli scavati nella pietra a creare un sottile rincorrersi di luci ed ombre. Il bianco del marmo “esprime la purezza”, afferma l’autore, che rimane estasiato davanti alle sue stesse opere, “l’armonia, la bellezza, il candore”, continua. La forma primordiale è quella della schiena della donna, ci confessa Rubini, sua “musa” e si unisce alla lucentezza della materia per creare la mollezza carnale delle sculture. Voluttuose e fluide, le onde e le linee di Rubini, striate ma non graffiate, curvate e mai spezzate.
Una sfida continua con la pietra a rivelare una passionalità magnetica, un’incredibile leggerezza e una luminosità sconosciute agli spigoli duri della roccia indomata.
Dalla fredda monocromia delle superfici si sprigiona un erotismo sovrumano, in continuo dialogo con la levigatezza dei pieni e dei vuoti, di ogni più piccola virtuosistica variazione nella materia dura al tatto ma così morbida alla vista.
E agli occhi più sensibili sembrerà persino di vedere pulsare nell'immobilità dell'opera, la sua vita indipendente, marcata da una impetuosa componente di fisicità sublimata nella condizione di opera d'arte. E in ogni più piccola piega si riconosce lo sforzo e la dedizione del demiurgo nel nobile atto di dare la vita… perché in fondo chi crea aiuta gli altri a comprendere il grande progetto di Dio.. e a noi non resta che negare quando toglie d’un colpo i drappeggi di velluto dalle sue opere e chiede, soddisfatto: “Sinceramente, avete mai visto tanta bellezza tutta in una volta?”.

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Foto di Lara Carbonara

23/07/2008

RON MUECK

270684491.jpgRon Mueck. La nudità dell’anima

Ron Mueck è uno dei più importanti iperrealisti viventi. Nato in Australia, figlio di artigiani tedeschi di giocattoli, ha viaggiato per gli Stati Uniti, vive a Londra e per venti lunghissimi anni non ha avuto nulla a che fare con l’arte. Ha sempre lavorato per la televisione, in programmi per l’infanzia, effetti speciali per il cinema e pubblicità. L’utilizzo del silicone e di materiali acrilici è un’abilità ben padroneggiata per i set cinematografici, ma tra il 1996 e il 1997 decide di applicarla in modo del tutto differente e così fa il suo ingresso nel mondo dell’arte. Il suo è un mondo fatto di sculture figurative di un realismo sconvolgente alle quali manca solo il soffio vitale.                                                                                                                             

Ma è solo questo? È 1174220186.jpgsolo il virtuosismo tecnico a reggere l’estetica della sua opera, a suscitare emozioni al grande pubblico? O forse c’è molto di più che la pura realtà di un corpo umano e delle sue crude imperfezioni (brufoli, peli sgradevoli, unghie tagliate male, grasso appeso, pelle avvizzita, sangue rappreso, capillari rotti). Tutte queste sculture così vive sono vulnerabili. Sono uomini e donne di ogni età colti in momenti privati e talora imbarazzanti: gravidanze allo stadio più avanzato, nudità, la scoperta della propria immagine allo specchio, invecchiamento. L’artista mette a nudo non solo il corpo dell’uomo, ma anche la sua anima.
Ciò che spiazza è lo sguardo inquietante delle sue opere. Tristi, desolate, completamente immerse nella solitudine e nella freddezza della distanza. Una desolazione che quasi mette a disagio, imbarazza, che forse fa sentire fuori posto. 
Il realismo scomodo che diventa peccato democratico, il disturbo dell’essere che si nasconde nelle pieghe del viso e nelle vene delle gambe. Il realismo che sfiora
1285207280.jpgl’indecenza. O l’iper-realismo di un lutto che Mueck elabora nelle sue statue, specchio di un disfacimento di massa giustificato da occhi emotivamente distrutti,  sempre sull’orlo di una crisi di nervi.
Una sottigliezza che mette ansia, una minuziosità che destabilizza. Una maniacale attenzione al dettaglio che non lascia indifferenti.  Il silenzio delle dimensioni e il rumore del particolare.
L’arte di Mueck  nella sua perfezione formale esibisce e racchiude  l’essenza dell’incomunicabilità, portandola sul piano simbolico del gigantismo. 
Dell’arte si apprezza spesso l’incertezza,  il dubbio che si insinua nel non dichiarato e qui c’è forse poco da fantasticare e molto su cui riflettere.

Lara Carbonara & Lucrezia Naglieri

14/07/2008

COLPO D'OCCHIO

dca9865623a4c0edddccadfaf935133e.jpga cura di Lucrezia Naglieri & Lara Carbonara

 Non facciamo le presuntuose, ma abbiamo la presunzione dell’arte. Un modo come un altro per continuare a parlare a quella nicchia, a quei pochi, pochissimi amanti del bello. Gli appassionati che hanno ancora bisogno di essere sedotti dal voyeurismo estetizzante e dalla tensione formale che si contrappone alla razionalità del quotidiano. Manufatti d’arte piuttosto che realtà artefatta. Discorsi artistici che condividiamo, mostriamo, analizziamo e decifriamo. È questo che proponiamo ogni settimana, perché lo spazio che ci ritagliamo sia la finestra aperta sulle nostre delizie, sia il link rassicurante che confermi l’esistenza dell’idea artistica, il gioco facile che si infili negli interstizi della serietà, o semplicemente la camera d’albergo dove ci sentiamo più a casa.

Vai al primo Artista: Bernard Pras 

BERNARD PRAS

4527d802b465506674d590447f0158b4.jpgBernard Pras. Inventaires. Quando riciclare diventa ARTE…

Con centinaia di rifiuti, rottami e quant’altro riscrive la storia dell’arte.
L’artista francese ricerca il materiale per le sue opere nei mercatini dell’usato e nelle discariche, l’arte del riciclaggio ai massimi livelli. Il risultato sono delle composizioni anamorfiche che poi fotografa. La fotografia rimane l’unica testimonianza dei suoi assemblaggi pittorici. Delle corna di bisonte diventano i baffi di Salvador Dalì, uno squalo il suo naso, la morbida pelliccia di Luigi XIV ridotta ad una montagna di cartaigienica, delle setole di scopa si trasforano nei regali capelli del re di Francia. Concentriche mollette per la pittura furiosa di Van Gogh, una catasta di barbie per il volto di Marilyn Monroe e una sovrapposizione di armi per il volto di Che Guevara, a ciascuno il suo. Le opere d’arte dell’immaginario collettivo vengono così rivisitate e rimodellate dal senso di rinascita del vuoto, del consumato, del finito. Vere e proprie sculture ben visibili solo da una certa distanza, perché l’unità e la compostezza che l’artista ricerca spingono l’osservatore ad accucciarsi nella sicurezza dello sguardo prospettico.  La forma conosciuta afflitta
984035a70557a76a88725c33cbd16c6b.jpgdall’illusione creata.  La materia digerita dall’uomo e vestita a festa  da Pras. L’elevazione del rifiuto, la ricostruzione sulle macerie, la rivitalizzazione del già morto.
“Mi piaceva l’idea di riscattare le immagini più usate dai mezzi di comunicazione attraverso oggetti altrettanto usati”. “Il rifiuto è ricco di significati simbolici. È un oggetto sfinito, finito che parla di morte. È usato, vuoto, consumato”.
Un’ idea originale per salvare la regione vicina dall’incubo dell’immondizia? Perché no…

A cura di Lucrezia Naglieri e Lara Carbonara