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12/03/2008
MONI OVADIA E IL SIGNOR KEUNER, IN ESILIO DAL SENSO COMUNE.
Pungente, ironica ed attuale è la lettura sul senso del teatro, della storia, dell’uomo di Moni Ovadia e Roberto Andò: Le storie del Signor Keuner, di Bertold Brecht, sono protagoniste del palcoscenico del Teatro Comunale Tommaso Traetta di Bitonto l’8 e il 9 marzo.
Il signor Keuner personifica l’alter ego del drammaturgo tedesco Brecht: antinazista, rivoluzionario ed esiliato dalla patria perché ‘scomodo’; l’autore diventa il personaggio e il suo doppio insieme, il signor K. e il suo spettatore. Keuner espone con forza le sue certezze, pur mettendole sempre in dubbio: è un personaggio che rimane al confine, in esilio, lontano dalla patria, tuttavia pieno di essa. Il palcoscenico diventa il luogo delle domande, della scomposizione scenica e della sensazione del disorientamento dell’uomo attuale.
Su uno schermo appeso dall’alto, quasi sospeso nel vuoto, personaggi illustri, Alessandro Bergonzoni, Massimo Cacciari, Gherardo Colombo, Philippe Daverio, Daniele Del Giudice, Oliviero Diliberto, Dario Fo, Arnoldo Foà, Don Gallo, Claudio Magris, Michele Michelino, Milva, Eva Robins, Carlo e Sabina Rivetti, Sergio Romano, Roberto Scarpinato, Gino Strada danno volto e voce ai grotteschi racconti del signor Keuner.
Proiettati sul fondale, si alternano la leggerezza dei cartoni animati e la provocazione delle immagini di Totò Riina, Andreotti, della propaganda nazista, dei delitti di Aldo Moro, Falcone, Borsellino, Che Guevara. Uno straordinario Moni Ovadia interpreta un intellettuale curatore di mostre, accompagnato a ritmo di musical da Lee Colbert, una ballerina anni 20, Roman Siwulak, un mafioso russo, Maxim Shamkov, una maschera straniante, Ivo Bucciarelli, il custode del museo, ironico e divertente, ed una formidabile banda di suonatori travestiti da donne, alla maniera di Billy Wilder.
Una soluzione scenica dialettica, dubbiosa, mutevole: una scenografia composta da porte e finestre, che danno il senso del movimento, dell’avanguardia storica e del cambiamento; fotografie appese alla parete, annebbiate dal tempo, che rimandano ad altre realtà, un pianoforte che diventa un balconcino e un manichino che dice la condizione di mascheramento politico e storico; il teatro di Brecht mette in scena la frammentarietà come inquietudine e disordine dell’uomo politico, il travestimento come condizione di esilio, la citazione come scomposizione dei gesti, la multimedialità come attualizzazione del teatro.
Un palcoscenico, dunque, che sembra assumere le forme di un collage di musica, video, danza, colori e luci, in cui lo spettatore sembra quasi immergersi, prenderne parte, cercare una ricostruzione lineare della storia. Tutto reso più affascinante da un’armonica ed eccellente interpretazione degli attori, che sembrano quasi divertirsi nel disorientare il pubblico, quando abbattono la quarta parete e si mescolano in esso. Il testo costruisce situazioni alienanti, gesti quasi paradossali, balletti grotteschi e riflessioni spiazzanti in un miscuglio di lingue diverse.
Il peso della negazione della condizione umana è nella leggerezza delle forme che l’arte mette a disposizione, la drammaticità della storia, nella bellezza della riflessione teatrale.
L’uomo brechtiano sopravvive ancora oggi, con le stesse incertezze, ancora inesorabilmente in bilico fra la realtà e la citazione. È soprattutto un uomo che non ha risposte, solo domande.
O, come dice Bucciarelli, se ci sono risposte è solo per una piccola svista.
09:26
Scritto da: bfreezones
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