BIENNALE: POCHE NOVITÀ, MOLTE PROMESSE

759de133cf3adb1696de43ea261b8c13.jpg– Resoconto della quarta e della quinta giornata – 

La Biennale del Mediterraneo registra poche novità domenica 25 e lunedì 26 maggio,  mantiene però ancora molte promesse. Tutto esaurito per le lettere di Marialuisa Bene che riempie lo stand a colpi di parole dolci e tristi, mentre a pochi metri dal padiglione letterario, perde audience la conferenza “Politiche Pubbliche e Arte Contemporanea”.
A sentire gli ospiti, l’arte contemporanea non viene né valorizzata, né finanziata. È da questa consapevolezza che si intende partire cercando di creare un sistema di rete di promozione, valorizzazione e creazione di strutture per lo sviluppo della vitalità creativa che anima l’arte contemporanea. Intanto, finchè ci sarà qualcuno disposto a guardarla, cercare di capirla ed interagire con essa, stupire sarà sempre di moda. Si, perché di questo si tratta. La contemporaneità si basa sulla provocazione, sul non detto, sui significati nascosti e su quelli troppo espliciti. Il fuori campo è d’obbligo, la decontestualizzazione è tipica. Lo spaesamento ricercato, l’alienazione voluta. L’arte contemporanea anestetizza la realtà a colpi di intuizioni e mostra la verità attraverso i simboli. Ma la novità è che il pubblico ne rimane coinvolto. Non esiste più una divisione fra osservante ed osservato. Ora l’arte si vive. Si prova. Si tocca e si sente. E i padiglioni 9 e 11 della fiera ne sono la prova. Un video interattivo che prevede la partecipazione attiva del pubblico: più si urla più l’uomo sullo schermo salta. Allora, via con l’urlo, o meglio “il grido” se proprio vogliamo citare il passato, anche se della disperazione del pittore espressionista non c’è niente: puro e semplice divertimento nelle urla di ragazzi che singolarmente o a gruppo, cercano di far muovere il burattino. Un’arte che si gusta nei pannelli bianchi appiccicosi e dolciastri che ospitano tante caramelle già mangiucchiate ed unite fra loro con la saliva del pubblico. Un’arte che si prova, e si indossa: un burqa afgano pende dal soffitto davanti ad uno specchio. È lì, a portata di tutti, anzi, a portata di tutte. Inquietante ed imbarazzante, perché no. L’imbarazzo di essere messi davanti ad una realtà, un pensiero, un modo di vivere; l’imbarazzo di provare cosa significhi essere schiave delle proprie origini e non padrone del proprio sguardo. L’arte diventa ironica nei quadri parodistici del turco Deniz Uster, che trasforma il corpo morbido ed elegante dell’Olympia di Manet in un corpo smembrato e modello di studio per l’anatomia muscolare ;disloca le pure e rotonde forme delle donne di Ingres in uno studio medico e sporca con segni elementari il volto perfetto e sensuale del Bacco di Caravaggio.
892fd7b1f27bfdbeb70649e24319b162.jpg Un pop teatrale che ogni tanto impazzisce di sentimento”.  È questa, la follia che anima la musica sperimentale della pugliese Luigia Altamura, in arte Ironique, come l’ironia che mette in tutto ciò che canta e che vive (ascolta l’improvvisazione e l’audiointervista clicca qui). Una musica che nasce dal divertimento, dall’invenzione e a volte dall’improvvisazione. Un’arte che gocciola simpatia come un gelato. “L’amore per l’arte e le sue forme di comunicazione – dichiara Ironique –  è nato dalla contemplazione del gelato che fuoriusciva dalla macchina Carpigiani, dall’odore dell’aroma…”. Da qui la sfida di giochi vocalici, di suoni e parole che rimangono impresse e che costituiscono un nuovo linguaggio musicale. Ma quando si parla di generi, preferisce far sentire piuttosto che spiegare. Preferisce arrivare al pubblico cantando con loro. Come succede durante la loro prima performance, sul palco, e nella serata di domenica, quando arrangiano un palcoscenico ed improvvisano una performance acustica, con tanto di platea interattiva.
Nella Biennale non tutto è quello che sembra, ormai siamo entrati nel punto di vista. Ce lo dimostra il video dello spagnolo Arturo Fuentes, completamente immerso in un’inquadratura ed un montaggio surrealista, con tanto di vestito scuro, bombetta dal sapore magrittiano e geometrie ottiche stile Escher. Fra piani che si intersecano e prospettive che si appiattiscono, la morbidezza dell’acqua diventa la geometria fredda dei palazzi; lo specchio diventa importante simbolo di passaggio, le fessure una transizione verso il cambiamento. Porte e finestre che forse ci danno la possibilità di accedere nella mente dell’artista, del resto, il “potere e, la perversione” della critica, come si è azzardato durante il convegno di lunedì, “Critica d’arte o arte della critica?”  sarà anche capace di “attraversare l’opera d’arte”, ma forse non è ancora capace di entrare nelle mani e negli occhi dell’artista.

Lara Carbonara

BIENNALE: POCHE NOVITÀ, MOLTE PROMESSEultima modifica: 2008-05-29T07:05:00+02:00da bfreezones
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