LA CONVIVIALITÀ DELLE DIFFERENZE


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Stasera, ore 19 presso l’ex Convento dei Cappuccini l’appuntamento diretto con il testo “La bisaccia del cercatore” ed ulteriori provocazioni sul tema.

Don Tonino pronuncia il discorso redatto ne “La bisaccia del cercatore” ben 15 anni fa, nel 1992, parlando della “Casa Comune” Europa come di una meta futura, un traguardo lanciato da Maastricht, tutto da costruire.
Cita i marocchini, il Sahel, i niños brasiliani, la Iugoslavia, i suoi albanesi.
Non parla di Libano, né di Iraq. Né di romeni. Ma le periferie umane, si sa, ad un certo punto finiscono per assomigliarsi un po’ tutte; tutte ci raccontano lo scandalo di uomini che rifiutano altri uomini, di alterità incomprese, di prevaricazioni sociali, di gesti efferati che soffocano nel sangue la supplica della fraternità.
E allora ci sembra di esserci. Ci sembra di viverle quelle realtà che la sua parola ci rivela. Nei suoi albanesi, nei suoi marocchini ci sembra di vedere i nostri romeni.
E ci si batte il petto. Perché dopo tre lustri, a Europa fatta, ci accorgiamo di essere ancora fermi sulla strada della conciliazione, di non riuscire ancora in quella sintesi sociale e spirituale che egli invocava, di accrescere anzi sempre di più le barriere che ci impediscono di guardare fuori e di incrociare lo sguardo del diverso.
Gli stranieri li crocifiggiamo. Chiodi alle mani e lancia al costato li facciamo stigmi delle nostre paure, delle nostre insicurezze, delle nostre privazioni, del nostro folle proposito di assolutizzare la verità. Credevamo di non poterci più arrivare, di averlo superato ormai, e invece siamo ancora capaci di sguinzagliare gli inquisitori e di alimentare una vera e propria caccia al diverso; lo scriviamo sui pannelli stradali all’ingresso delle città, nelle delibere comunali, nei disegni programmatici di talune nostre realtà partitiche.
Ce lo ripetono i nostri buoni politici alla finestra dei media, e noi stiamo a guardare, ascoltiamo imperterriti come ancora oggi, nonostante tutto, con il cuore ancora vibrante della dirompente eloquenza di un profeta come Mons. Bello, sia possibile giustificare la propaganda xenofoba con il pretesto della sicurezza pubblica.
Ci diventa difficile persino ascoltarle le parole di Don Tonino; non sappiamo come dirgli, come spiegargli che dopo 15 anni il suo grido di convivialità echeggia nel vuoto di una casa che sarà anche comune, ma è rimasta disabitata.

Un grido di convialità. Guai a dire di tolleranza. Perché se l’incontro con l’altro deve rappresentare un “favore”, una concessione, un elemosinato gesto di carità spicciola allora non porta a nulla, se non a confermarci nella convinzione – direi nell’illusione- di essere noi i cittadini a pieno titolo, gli indigeni, quelli che stanno dentro, gli inquilini del primo piano.
Un grido di convivialità, nemmeno di convivenza. Perché se la casa comune dev’essere un albergo in cui ciascuno ignora chi sia il proprio vicino di stanza, allora la nostra permanenza sarà improduttiva.
Un grido di convivalità, piuttosto. Di quella convivialità che Don Tonino indicava nel dogma della Trinità, in cui persone diverse sussistono nella medesima entità.
Perché se intraprendiamo il nostro viaggio con i soli sandali dell’identità, dimenticando il nostro bastone di pellegrini ed una capiente bisaccia di cercatori, la nostra non potrà mai essere un’autentica sequela di Cristo.

 Sabino Paparella

LA CONVIVIALITÀ DELLE DIFFERENZEultima modifica: 2007-12-13T08:20:00+01:00da bfreezones
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